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mercoledì 12 gennaio 2011

Senza titolo 416




on the road



 



c'è che, nonostante il silenzio che ultimamente è la mia cifra principale, io vedo, guardo e sento.

la mia attenzione è attratta dalla gente, da quella che incontro per strada e da chi invece per strada ci vive e non certo per scelta.

guardo la mia città divisa in due dalla paura.

i lavoratori della fiat e dell'indotto -che sono decisamente molti, molti più dei dipendenti di mirafiori- sono terrorizzati dal cappio che pende sopra la loro testa, pronto a tendersi e a strozzarli.

sono per strada e parlano, urlano, piangono; oppure ostentano tranquillità, fiducia, sopraffatti da una sorta di sindrome di stendhal verso un uomo che vorrebbe portare una ventata di modernità che accompagni con cura i lavoratori verso il passato, quello in cui esisteva il padrone.

che termine desueto, né? il padrone. eppure.

c'è chi in strada muore. bambini, barboni, tossici.
ché oggi si muore di fame, di stenti, di freddo.
si muore di indifferenza.

si muore anche sotto un treno.
paolo ha scelto di fare così: dicono le telecamere della stazione che, prima di fare il salto contro il treno merci di passaggio, abbia fatto due telefonate che dai gesti parevano concitate.
poi ha rimesso il telefono in tasca, ha tirato su il cappuccio del giubbotto, si è girato e via.
non ne è rimasto niente.
solo il video.
intorno disperazione, dentro tutti, dentro ciascuno di noi che lo conoscevamo ma anche dentro ogni persona che sappia cosa sia il tormento.


la notizia di paolo mi è stata data mentre passeggiavo incantata fra le vie di praga.
così, scendendo dal castello verso via neruda, paolo si è disperso in me.
e io mi sono persa per praga, con il pensiero di lui dentro e gli occhi pieni di bellezza e disperazione.


praga, la bellezza.
il contrasto.
l'occupazione.
il regime.
la polizia segreta.
la censura.
la rivoluzione.
la liberazione.
e ancora la bellezza.





 

domenica 20 dicembre 2009

Senza titolo 376


 



luv u
 



è casa

una casa grande che contiene tutti i miei frammenti, i ricordi e i pensieri, il male dentro e quello fuori, i sottili dispiaceri e le parole taglienti
l'accento di bambina torinese chiamata madamin fin da piccola, con quei capelli biondo grano e gli occhi pieni di stupore ogni volta che tirava fuori la mano dal balcone e un fiocco di neve si posava
quando correva nel ballatoio del palazzo in pieno centro e quando di corsa faceva i cinque piani lasciando la nonna così indietro che le toccava sedersi sui gradini ad aspettarla
quando cadeva e si sbucciava le ginocchia e piangeva e poi con una sottile cattiveria staccava le croste di sangue dalla pelle sottile per il piacere di vederlo ancora scorrere, il sangue
e quando si perdeva nella neve, lei col suo cappottino bianco e gli stivaletti di gomma rossi, quando aveva la parola pronta a spuntare dalle labbra a cuore, quando ballava sul letto e quando lasciava dondolare le gambe fuori dalla ringhiera lasciando passare il tempo, quando lanciava il pane bagnato dal balcone aspettando il volo dei colombi

è ancora casa e quella bambina è diventata grande

e ancora ha quell'accento confuso dalla er rulé e ancora si affaccia al balcone con gli occhi sgranati guardando la città di ghiaccio


è così deliziosamente freddo che stamattina l'acqua non veniva fuori dai rubinetti; semplicemente si erano gelati i tubi della caldaia posta in balcone e le bottiglie di lurisia erano congelate, normale con tredici gradi sotto lo zero
così ho aspettato girandomi intorno, ripensandomi
guardando questa casa che ho riempito di me per undici anni e che sto per lasciare
mi rimarrà dentro anche questa
ma avrò una nuova casa da riempire
senza storia ma colma di oggi e di domani e di parole
e sospiri

 

mercoledì 14 gennaio 2009

Senza titolo 307






ma qualche cosa non cambia mai



Strano: leggevo oggi sul giornale che i rabbini non parteciperanno alla Giornata dell'Ebraismo, il 17 Gennaio.

Strano. Strano? Ma anche no.

Inginocchiatevi o cattolicissimi e cristianissimi: il pastore tedesco spara cazzate e guarda caso qualcuno si indispettisce.

Prostratevi dinanzi alla voce di colui che decide di santificare il suo compare di qualche decennio fa, pio dodicesimo, quello che -quanto meno per ignavia- non fece niente per impedire la Sho'ah.
Anzi.

Lavate i piedi con la lingua a quello che, mentre vi impone fedeltà, castità, obbedienza e umiltà va in giro vestito d'ermellino.

Prego, porgete le terga a 90° a colui per il quale il dialogo con gli ebrei è inutile, in virtù del fatto che comunque si deve testimoniare la superiorità della fede cristiana.

Sistematevi scomodi, col cilicio a portata di mano, di fronte all'uomo che, dopo decenni, decide di far pronunciare la messa in latino non dimenticando un passaggio sostanziale qui spiegato dal rabbino capo di Venezia:
«In quella formulazione -scrive il rabbino Richetti- nelle preghiere del Venerdì Santo è contenuta una preghiera che auspica la conversione degli ebrei alla verità della Chiesa e alla fede nel ruolo salvifico di Gesù».

Io non credo. E ne sono orgogliosa.

Voi fate quel che vi pare ma che nessuno  venga a dirmi che l'atteggiamento della chiesa possa rispecchiarsi nelle "scritture", quelle che per alcuni sono sacre.
Questo clero non ha un comportamento meno integralista rispetto a coloro che vengono considerati violenti perché usano le armi.
Le religioni, fin troppo spesso, non hanno bisogno di sparare per fare la guerra.


Intanto aspetto che anche in Italia arrivi la campagna pubblicitaria già presente sui bus in Spagna (ostia, la cattolicissima!): dio non esiste, goditi la vita.

In Italia pare che sbarcheranno a Genova a febbraio. Se non riuscirò a procurarmi il manifesto mi troverò costretta ad andare fino al mare per fotografarlo.

“La cattiva notizia è che dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno.”

Olé.



p.s. la Mole non è casuale: la sua costruzione venne iniziata nel 1863 per essere destinata a sinagoga.  per fortuna, comunque, ora è il Museo Nazionale del Cinema.


martedì 9 dicembre 2008

Senza titolo 299





ma tu chi sei?



Bagno di folla, in questi giorni.

Sabato Torino era splendida e luccicosa e tutta tirata a lucido scintillante, con le vetrine che dicevano comprami comprami e quante persone dentro e fuori e intorno.

Quanto ho camminato e parlato e spiegato, quanto mi sono sentita orgogliosa di far vedere angoli e colori, e quanto freddo, quanto.

E chiacchiere e pesce crudo. E fare incetta di cose proibite. E non passare dal medico neanche a morire.


E in tutto questo continuare a chiedermi: ma tu chi sei?

Davvero, dico. Quale parte di te ho conosciuto, quale hai millantato, quanto di quello che so è vero? E come stai, come ti trovi, hai ripreso con te l'anima o l'hai lasciata perdere, cibo delle tue cazzate? Sei solo o hai qualcuno vicino, nonostante tutto?

Rien à faire.

Frullo tutto e viene fuori sempre la stessa domanda. Quindi non mi rimane che passarci sopra -perché di rabbia proprio non ne ho, solo una briciola di compassione ma sinceramente preferirei detestarti- e con la Barbarella troviamo soluzioni vaneggianti e ci scappa da ridere.

Un po' di amarezza, questo sì.

Sai perché? Perché in fondo abbiamo le mani piene di cose da dare, da darti. Tipo vicinanza, affetto, risate, comprensione, presenza, disponibilità.

Ora a tutto questo ci balliamo su. Giriamo e giriamo fino a perdere l'equilibrio, ci facciamo prendere dal capogiro e ricominciamo a girare. A far girare. Parole, tutte vere.

Perché io so chi sono. Sappiamo chi siamo. E chissà quante cose dobbiamo ancora scoprire.


Bello, no?



giovedì 20 novembre 2008

Senza titolo 292



♦close to me♦



Mi tengo stretta stretta, abbracciata forte a me stessa.

Mi cerco in me stessa, ritrovando frammenti di sorrisi e buon umore quanto basta per alzarmi al mattino al buio con poche, veramente poche ore di sonno all'attivo.

Ma tirare su le tapparelle alle prime luci e vedere i tetti bianchi di ghiaccio mi riempie gli occhi il cuore e i sensi. Uscire e esser contenta del vapore acqueo che accompagna il respiro.

Rinchiudermi nella mia nuova sciarpa fiorentina tirando su il bavero del cappotto, mettere i calzettoni sopra i collant, aprire sette scatole di stivali per decidere quali indossare al mattino, sentire il freddo passare sotto la gonna e rabbrividire con piacere.

Coprirmi sempre poco continuando a non avere maglioni nei cassetti ma solo maglie di filo sottile e camicie, ritrovare tutto il nero e le sfumature di grigio, posare la mano sul calorifero che scotta e chiedermi, al solito, come possano i gatti starci sdraiati sopra.

Sono giorni in cui ripenso con distacco a ciò che mi ha urtato ultimamente. Come se fosse l'ennesimo mondo altro, trattenuto a me solo mediante un filo sottile. Un satellite della mia esistenza, un'altra luna su cui posare macerie provando a ricostruire quel castello che sembrava essere. E guardarlo da lontano, senza farmi toccare, come un vissuto andato ma non dimenticato.

Mi confronto con le solitudini altrui convincendomi sempre di più che avere intorno qualcuno non significhi essere meno soli. Parlo di morte dicendo che a me non fa effetto, così frequente intorno a me da sentirla quasi di casa. Parlo di bambini, impartendo lezioni di maternità teorica di cui però sono convintissima. Piccole creature, come sono felice di non avervi mai volute.

Ho bisogno di città. Di traffico e persone sconosciute, di immaginarne la vita e gli impegni, di fare il gioco dei mestieri, di fotografia in bianco e nero proprio ora che i colori predominano anche qui.

Cose piccole. Barchette di carta. Un fiorellino. Cose così.


giovedì 30 ottobre 2008

Senza titolo 284





on il va



Sì che vado.
Come al solito prima di andar via sono sempre combattuta fra la voglia di andare e quella di rimanere.
Restare fra le mie cose: il mio letto la mia casa i miei gatti la mia città.
Andare altrove: amici, risate, altri luoghi, altri incontri.

Ma sì che vado.
Firenze. A dire il vero mi dà pensieri.
Lì ho lavorato, ho frequentato persone e locali, ho anche avuto un uomo pro tempore -serenamente abbandonato al mio ritorno a casa, dopo cinque mesi allegri-
E poi adesso ho un pensiero legato lì, pungente ma non doloroso, come una nausea latente, un respiro affannato, un'apnea notturna.

Però vado.
Il trolley viola con dentro quel che serve.
Soprattutto con me stessa e la consapevolezza di sapere quello che voglio, almeno per adesso.





Ma tanto ritorno. Oh sì.





sabato 25 ottobre 2008

Senza titolo 282





sens dessus dessous



E così mi ritrovo.

E così mi perdo.

Ti racconto di Torino. In questi giorni è invasa da persone di tutti i generi.
C'è il Salone del Gusto con tutti i suoi colori e i sapori.
C'è Terra Madre e i contadini.
C'è anche la partita gobbi vs granata, oggi. Che i primi si fottano.
C'è qualche migliaio di poliziotti in giro, e mi sembra anche giusto -forse-
C'è che gli alberghi sono strapieni e guarda caso -oltraggio- qualche milanese non ha trovato posto.
C'è che per strada fanno caldarroste e farinata.
C'è che Turin a l'è sèmper Turin.

Da Eataly c'era il mondo, ieri. Ripensando alle carezze ho preso i plin classici, da condire con burro e Castelmagno.
Ho preso anche una robiola e il pane con la farina gialla, come quello dell'altra volta.
Guardo il frigo, inaspettatamente pieno di altro che non sia roba verde o rossa.
E poi mi guardo intorno. E. No.

Oggi cercavo le montagne verso le valli e, sollevando il naso verso il cielo, ho visto un dirigibile blu.
L'ho seguito a bocca aperta mentre mi volteggiava sopra.
Ho pensato che avrei avuto paura. E poi ho pensato alle mie paure, quelle vere.
A tutte quelle che mi si sono affastellate dentro negli ultimi giorni e che ieri ho visto materializzarsi una via l'altra.
Avrei preferito stare sul dirigibile blu.

Oggi pomeriggio mi sono addormentata.
Ho sognato di essere in una casa strana.
Girando fra le stanze, sono entrata in una dove c'era una signora.
Ho chiuso a chiave la porta e ho fatto la pipì in un vasino mentre lei mi trattava come una bimba.
Poi ho sentito urlare il mio nome. Spaesata mi sono girata intorno e la signora sorrideva.
Urlavi, tu, chiamandomi, cercandomi in tutte le stanze.
La signora mi ha detto °ora vai°  e mi sono svegliata sentendoti urlare ancora distintamente il mio nome.
Con il fiato spezzato, io.
E tremante.


Oh, dimenticavo: ricordi RadioServa?
Stamattina l'ho incontrata e mi ha chiesto se lunedì fossi stata male, visto che ero in casa. Tendenziosa, né?
Le ho risposto che no, stavo benissimo.


Stanotte alle tre saranno le due.  Così, tanto per ricordartelo.










 

giovedì 16 ottobre 2008

Senza titolo 278






Sai cosa?

Non sto meglio, non sto bene. Sto.

Continuano a disturbarmi certi comportamenti violenti pur senza violenza fisica.

Io non sono all'angolo, sebbene possa sembrare. Sono presente a me stessa e pronta a prendermi le mie eventuali responsabilità. Tu devi farmele conoscere, però. Perché non posso sentirmi in colpa per qualcosa che non so. Proprio mi rifiuto. Devo cambiare, io. Smettere di pensare di aver fatto qualcosa che abbia potuto urtare la tua suscettibilità. Smetterla, davvero.

E basta.


Ieri guardavo in tv un programma in cui si parlava della mia città.
Dei triangoli neri e di quelli bianchi, della sua bellezza, della magia e di inizi e fini.

Dico che io assomiglio alla mia città.
Dico che se domani deciderò di andarmene da qui il mio cuore non si muoverà anche se fisicamente lo porterò altrove.
Perché la sua cupezza è il contraltare della luce che ha dentro. Non ce l'hai in mano: devi conquistarla. E' cortese ma non accondiscendente. Ti mette spalle al muro se tenti di forzarla.
E poi, mai per caso anche se all'improvviso, ti offre tutto. Tutto quello che ha.

E non te la dimentichi, mai.


domenica 11 maggio 2008

Senza titolo 214





Strade colme di gente e di suoni e di colori.

Torino è così piena, in questi giorni, quasi da' l'impressione di essere condivisibile.

Ma in realtà si lascia strusciare; come una bella donna sa che al suo passaggio gli uomini si girano ma fa finta di non prestare attenzione.

Le strade sono colme di suoni: bande di scolaresche che improvvisano concertini, piazza Castello con il palco in prestito a gruppi di ragazzi tardo-rock e io che immagino la Madama Cristina che attende la carrozza del Re rientrare a Palazzo Reale, mentre dai sotterranei si avvicina ai Giardini.

Turisti che si sperticano in domande multilingue alle quali do risposte precise. Io, d' famija turineisa.

Mi sollazzo a mostrare piccoli segreti e a rivedere posti che a volte lascio passare sottotono.
Un mojito in piazza Vittorio al caldo del Caffè Elena, il sole dice che è primavera inoltrata, è quasi estate, è quasi tempo di vedere la città vuota.

 









E ti porto con me.
Non pensandoti altrove.
Dentro parole scritte di fretta.
Intorno a sensazioni stampate fra le labbra.
In disegni di nuvole che corrono oltre, a mischiare i respiri 




domenica 6 aprile 2008

Senza titolo 195






Il profumo di casa mi avvolge.

La penombra, l'essenza di cocco, il silenzio della domenica all'ora di pranzo.

Segni di me.




Lascio tracce del mio passaggio a Milano; giornate all'insegna delle chiacchiere, di confidenze raccontate quasi per necessità, i messaggi arrabbiati e sorpresi di chi non si aspettava che io fossi lì, le parole accarezzate dall'amicizia che ogni giorno sembra nuova, il caffè in terrazza a piccoli sorsi.

E vie percorse con il casco in testa a fotografare in velocità l'immagine di me in vespa e il timore delle ginocchia sbucciate ad ogni curva e le rotaie del tram, che paura!

E sono stata bene. Poche persone che sembravano scelte. Ciascuna con il proprio dolore che fa di una vita la vita, con scelte ed esperienze così diverse da aver bisogno di essere assorbite e metabolizzate con qualche secondo d'attesa, a tratti filtrava ansia da accettazione cancellata da un sorriso, scalzata da una domanda.




E in tutto questo aleggiava il pensiero d'altro, che perfettamente si incastrava con quello che vedevo come se in realtà ci fosse. Come fosse il suo posto. Lì, con me.


E...non devo dirti nulla. Ti scrivo così. Per scriverti. Per scrivere a te. Te che mi manchi...

domenica 16 marzo 2008

Senza titolo 184











≈ predisposizione d'anima ≈







Domenica di sonno lungo e di silenzio irreale spezzato dal suono di campane impazzite.


Giornata insoddisfatta e sorridente piena di sole e vento che ora porta nuvole alte e pettinate in strati bianchi che si adagiano sulla linea delle montagne.


Guardo in là, dove so che c'è il mare.


Forse piove, laggiù. Acqua su acqua.


Acqua come quella che prima ghiacciata poi salvifica mi scorre addosso disciolta in bolle di latte di cocco saltando fra curve e mulinelli.

 
Piccoli fiumi impetuosi m'aggrovigliano i piedi in tentacoli a cui non intendo opporre resistenza.



Passi rosa tenue su strada spolverata a festa, scopro piante non adatte al paesaggio in mano a genti sorridenti sulla via della redenzione.


Sento gli urli degli ulivi stuprati, delle palme a cui è stato strappato il cuore per essere ridotto in brandelli annodati in treccia e offerti in memoria.


Immagino il bagno di sangue di creature innocenti e piccole, venute al mondo per calcolo gastronomico, sgozzate senza che i loro occhi abbiano ancor visto un filo d'erba.


Affondate la lama, servi.
Imprimete la forza delle vostre mandibole su esangui carni tenere.
Fate questo in memoria di lui.


E abbiatene vergogna.





   



sabato 12 gennaio 2008

Senza titolo 156






Che bellezza.


Oggi, dopo tanti giorni, sono uscita.  E nevicava, meraviglia.

Ieri notte ho dormito poco e ho seguito le evoluzioni del cielo. Carico e bianco anche in piena notte, stille di acqua che scendevano fitte  di cui sentivo il suono nonostante le finestre chiuse, a impedire all'aria fredda d'entrare.

E poi, d'un tratto, ecco che la pioggia si mischia a neve. E il bianco sopra diventa ancora più carico.
Sollevo il viso e mi lascio perdere in uno sguardo in alto, a vedere i fiocchi scendere giù.

Surreale.

Bianco.


E il profumo fragrante riempie l'aria, in bocca la sensazione ovattata di buono e pulito.
Avrei voluto poter perdere tempo a passeggiare nel parco, avrei voluto camminare e sentirla scrocchiare sotto gli stivali.

Non mi accontenta, ma da sollievo ai miei  sensi.


Grazie.

domenica 9 dicembre 2007

Senza titolo 138





Giorni teneri, di un tepore soffice che sfibra il freddo sciogliendolo come un gelato che cola sulle mani e gocciola addosso.

Come mi ero ripromessa - come avevo sperato per me stessa - ho lasciato che tutto scorresse senza che distacco o freddezza prevalessero. E non avrebbe avuto senso: ero sicuramente circondata da *amici*.
Baci e anche abbracci.

E  Giorgio che mi ha abbracciata stretta stretta prendendomi alla sprovvista, e le sigarette fumate in terrazza al freddo, insieme.

E Enza con il senso dell'orientamento ridotto al lumicino.
Ma quanti passi incrociati per le strade di Milano, quante parole infilate come perle in un filo logico solo nostro - quello delle stronzette prime della classe, luogo comune neanche troppo sbagliato - racconti di passato in corso Como, mojito e mandorle salate, messaggi e foto.

E gente e frittelle e zucchero filato. E chiacchiere e risate, e quanto abbiamo mangiato. Quanto. Tanto.

E poi.



David LaChapelle.

Uno dei miei pensieri fissi degli ultimi mesi. La mostra delle sue Opere e il rimando qui dentro - neanche troppo velato - ad altri Artisti che mi si sono fermati nel cuore.

*ma parlare al plurale è tentare di sviare me stessa dalla logica affettiva*

Colori addosso. Entro e mi circonda il rosso, mi entra dentro e mi affoga. Mi lascia senza respiro. E d'un tratto Jeff Buckley in sottofondo.

Inizia la Magia.

Heaven to Hell. Il libro che ho regalato, un soffio  al cuore. Una parete piena di fuoco. Esplosiva di senso.

E pietà, ultima cena, diluvio universale. Richiami blasfemi ad una religiosità pregnante.

E corpi immersi in liquido amniotico, e uomini e donne e violenza visiva e visuale.

Pulsioni, pulsazioni accelerate.

Sangue. Sesso. Arte.

Questo . è . Amore.




 

martedì 4 dicembre 2007

Senza titolo 136




Piccoli progetti, piccoli cambiamenti.


Ma proprio piccoli piccoli.

Faccio così: dopo due mesi di chiusura decido di darmi respiro. Vado. Vado a Milano.

Che vuol dire un sacco di cose.

Preparo il mio bagaglio, che dovrebbe contenere due cambi e un pigiamino ma non sono così sicura che riuscirò a contenere il peso dello zaino - e Enza sicuramente non me lo strapperà dalle mani -

Arrivo in stazione centrale, e Enza forse sarà al binario tredici e io al quattro, e magari ci incontreremo al sette.

Non fumo al binario intanto perché non si può più, e poi lei non fuma quindi difficilmente mi direbbe *dai fumiamoci con calma una sigaretta poi andiamo*.

Non vado in albergo. Non ci saranno girasoli né camera 309 - terzo piano - ascensore dietro la colonna -
Vado in giro con la mia amica, non ci perdiamo in viale zara, non mi attacco al telefono per chiamare un taxi, non siamo in settimana della moda.

David Lachapelle. Che brucio da settimane all'idea di immergermi in quell'uomo, di farmi soffocare dai suoi colori e dall'attimo di mancanza di respiro ad ogni scatto.

L'Ultima Cena. Che non so quale mi sembrerà più vera.

La madunina, a piedi, da turista.

Sant'Ambrogio, e ci mancherebbe! Che sopirò la mia anima blasfema perché se si tratta di arte posso entrare anche in chiesa.



E poi non so. Ma sicuramente sorrisi e chiacchiere, cose che fan bene. A me, e non solo.
Cercando di non girare intorno ad un malessere che non so neanche quanto sia concreto.


Perché è vero che l'amarezza da il gusto alla vita, che piaccia o non piaccia. E a volte non mi piace. Altre volte ci nuoto.
E altre ancora non so che fare, e allora mi fermo e galleggio.


lunedì 3 dicembre 2007

Senza titolo 135





Parlare di Libri come parlare di Sensi.

Di Anima e Stati d'animo.





Il silenzio che senti intorno, adesso, è solo invidia. E stupidità.

Hai fatto una cosa grande.

Il recinto di porci tu lo vedi da fuori e ogni tanto cerchi di evitare ad un maiale di essere scannato.




In questi tempi sto facendo letture che mi riempiono. Avevo Carver fra le mani ma fremevo nell'attesa di un libro che aspettavo da tempo [annunciato, previsto, rimandato, sperato, avuto].

Venerdì passeggiavo nel pomeriggio in centro, in una Torino fredda e luminosa, facendo passi sicuri seppur non guidati dallo sguardo. Che gli occhi, e tutto il resto, erano dedicati a sfogliare con golosità centosettantadue pagine di parole che avevano una voce, una tonalità, un calore non comune.
Una cadenza, un accento.

E rubavo frammenti di pagine come una bimba che infila le dita nella nutella e le porta in bocca. Come quando, friggendo le patatine, a tavola ne arrivano sempre meno della metà perché le altre si mangiano con le mani, appena salate. Calde, croccanti, buone per la pancia.

E poi a casa. Oh, a casa!

Che dovevo costringermi a mettere un segnalibro fra le pagine per interrompere la lettura - che il weekend prevede anche l'avvento di cenerentola - per poi ritornarci con la necessità di proseguire.
Di andare avanti.
E riprendere le pagine già lette per ripassare le parole, e risentirle con *quella voce*.


Ricette 'o pappice vicino 'a noce: e mo?  [glossario a pag. 173]

sabato 24 novembre 2007

Senza titolo 130





Ask the Dust                                                      Bunker Hill . Los Angeles . CA



≈ E un'altra cosa: io non capisco niente di donne. Come posso scrivere di qualcosa che non capisco? Come posso scrivere di esperienze che non ho mai fatto?≈



• Quanto ai timori sulle sue limitate esperienze nella vita in generale e con le donne in particolare va da se, purtroppo, che di norma uno scrittore abbia meno esperienza degli altri uomini.

E ciò in forza del fatto incontestabile che non si può essere in due posti contemporaneamente.

Signor Bandini, o si è davanti alla macchina da scrivere o si è nel mondo a fare esperienza.

Pertanto, poiché vuole scrivere e vuole fare esperienza di cui  scrivere, deve imparare a fare molto con poco.

E fare molto con poco è - in breve - il mestiere  dello scrittore •


Questo è John Fante. Chiedi alla Polvere.

Ma, soprattutto, questo è per te.

Una frustata, sentendo queste parole. Perché è vero che quello è il mestiere dello scrittore.
Ne ho conosciuti, di scrittori.
E non cambia se questi vivono a Milano o  a Bologna o chissà dove, se hanno fatto il DAMS o lo scientifico, se scrivono di stazioni o di sesso o di violenza o amore.

Fanno molto con poco.


sabato 10 novembre 2007

Senza titolo 120





Quando mi sento strana ripenso sempre ad American Beauty.

Ci ripenso - e vorrei rivederlo subito ma non trovo il dvd - perché racconta la storia.

L'insoddisfazione e la rabbia, il rifiuto di una vita stereotipata e di una felicità di facciata. E dentro il diluvio.

Prendere decisioni. Sempre.

Anche quando fanno male, fanno tristezza, fanno vuoto.

Ho preso molte decisioni importanti, per me e non solo.
Ho deciso di vivere da sola, ma di vivere. Di smettere di fare la signora F. e riprendermi il mio essere ragazza, magari un po'  fuori tempo però ragazza senza un anello al dito.
Ho scelto di andare contro la convenzione che vede ormai "fatta" una donna di quarant'anni e di continuare a sentire a modo mio il mio essere donna. Vestendo a modo mio, viaggiando a modo mio, innamorandomi a modo mio. Soprattutto.
Ho scelto di lasciare fare alla tristezza, ieri e oggi; l'ho lasciata libera di decidere per me, di portarmi giù in fondo a sentire quello che in genere evito di ascoltare.
Ho scelto di sentirmi sola e di riguardare me stessa allo specchio con un atteggiamento inquisitorio, mi sono indagata e assolta con un sorriso.
Ho scelto per mia mamma, per mia sorella, ho scelto di fare mie certe responsabilità che loro di tanto in tanto scelgono di attribuirmi.

Ho scelto, soprattutto, di rispettarmi.
E per farlo mi è necessaria la chiarezza, verso me stessa e verso coloro per i quali sento affetto.



Ieri notte è riapparso dal niente un mio amico. Non lo sentivo da quasi due anni, è sparito all'improvviso senza mai darmi spiegazioni. Ho avuto anche delle cattive sensazioni, in questo tempo.
E poi ieri, quando mi sentivo uno straccio, d'improvviso eccolo di nuovo. Con lui ho condiviso Robert Mapplethorpe e Palazzo Madama, le Olimpiadi e la foto con la Fiamma Olimpica tenuta a due mani,  il kebab di una notte in cui Torino era deserta, le fotografie di notte ai Murazzi, passi su passi in via Po e centro storico. Oh, anche il concerto di Lou Reed in Piazza San Carlo.
Quante cose.
Ora che è tornato io sono contenta. Ha cambiato la sua vita, si è fidanzato e ha grandi progetti e piccole paure e la cosa bella è che ha voluto condividere tutto questo con me.
Sono contenta davvero, e non sparire più.




Chiarezza. Cristallina, per piacere. Non chiedo altro.

sabato 3 novembre 2007

Senza titolo 114





Sai, ho il sorriso sulle labbra.

Un riverbero del sorriso che ho dentro, il riflesso di questa giornata tranquilla che mi distende i tratti e le labbra, che rischiara gli occhi verdi e ne illumina lo sguardo.

Sono pensierosa.

Al solito un po' confusa, un po' insoddisfatta. Un po' malinconica.

La miscela di me.

Mi piacerebbe, questa notte, andare a passeggiare per le strade del centro. Da sola, sai? Guardare in alto, che tanto sto sempre con il naso all'insù, osservare le persone che mi passano affianco, sentire il rumore dei locali e le luci, le luci della mia città.

E poi incontrarti per caso.

Sbatterti scontro mentre il mio sguardo è perso altrove e i miei pensieri sono rivolti a te.

Non conoscerti, sai? Ma riconoscerti *sentendoti*.

Questo mi piace. Molto.

domenica 28 ottobre 2007

Senza titolo 109





Dei bambini e Gioventù bruciata

Ho acceso il televisore.

Eh sì, a volte accade. Forse perché l'ho spolverata quindi ho ricordato ci fosse (oggi è giorno di cenerentola in mode on).

Ho visto un filmato girato a Napoli - ma poteva essere Pavia, Milano, addirittura la mia città! - che parlava di bambini. Bambini zingari, costretti ad elemosinare. Bambini obbligati  a stare per strada, accompagnati al mattino e organizzati in turni di lavoro, bambini picchiati se alla fine della giornata non hanno raccolto quanto dovuto, e si parla di una media di centocinquanta euro al giorno, mi spiego?

Bambini sporchi, spesso affamati, a volte stuprati perché si sa che una scopata d'un quarto d'ora vale almeno trenta euro e allora va bene anche  così, no? Piuttosto che stare per strada a ripetere il solito mantra "buongiorno signora dio ti benedica". E chi cerca un buco c'è sempre.

Bambini che si tenta di non vedere, a volte, sciupati dalla vita non vissuta, sfioriti in ignoranza e vergogna e degrado. Umiliati. Derisi. E allontanati perché pericolosi, e sporchi, e cattivi a volte. Nati e cresciuti per puro spirito utilitaristico. A volte comprati, anzi troppo spesso comprati sfruttando la fame familiare.

Bambini con lo sguardo tenero come quello di tutti i bimbi, ancorché sporchi. Ma respinti. Addestrati a dire bugie e a piagnucolare, a scappare e a non manifestare dolore.


*E in Piazza del Popolo, seduta da Rosati a prendere un aperitivo nel tardo pomeriggio, in un momento in cui il lavoro stava allontanandosi dai miei pensieri e l'unica cosa importante per me ero io, ecco che arriva una bimba; mi chiede una moneta e per principio rispondo no. No e basta. No non basta e le chiedo se vuole mangiare qualcosa. Sposta la sedia, si accomoda, la guardo. Bastano un tramezzino e cinque minuti perchè lei si scopra le braccia e mi faccia vedere un livido a pallini. Mi dice che i suoi parenti la picchiano con lo scolapasta. E io non ho parole. Ho solo voglia di avere una casa a Roma per poterla mettere dentro la vasca da bagno, strofinarla con il guantino che io stessa uso per levarle quella patina di lercio che ha addosso, voglio pettinarla e lavarle i denti, cucinare per lei. Darle qualche ora di fanciullezza*


So: che a chi si macchia del delitto di pedofilia vengono dati tre-dico-tre anni di carcere, quindi o virtuosi chissà quanto spesso vi è semplice trovare un bimbo e offrirgli cartamoneta in cambio di soddisfazione di bisogno. E come spero tu muoia in sofferenza, o virtuoso.

So: che si riesce a togliere la patria potestà a un padre che non versi puntualmente il mantenimento per i figli ma difficilmente ci si impegna a togliere e allontanare questi bambini da coloro che ne sfruttino la giovinezza.

So: che la violenza di qualunque genere nasce da uno scompenso sociale e pretendo che il genitore non sia solo colui che sfama o risolve bisogni ma soprattutto colui che ascolti. Che senta. Che abbracci e scaldi.

So: che una carezza vale mille sorrisi e so anche che un unico sorriso offerto da chi fatichi anche solo a distendere le labbra sia un patrimonio immenso.







giovedì 4 ottobre 2007

Senza titolo 90




Dubliners



Nelle brevi giornate invernali veniva buio prima che avessimo terminato di cenare e, quando ci ritrovavamo nella strada, le case erano già in ombra.

Lo squarcio di cielo sopra di noi era di un colore violetto cangiante, e verso di esso i lampioni alzavano le loro deboli lanterne.

L'aria fredda ci pungeva, pure  continuavamo a giocare finchè ci sentivamo tutto il corpo in fiamme.


Così James Joyce nei primi anni del secolo scorso.




Così Dublino oggi.

Di un cielo sempre schermato dal grigio delle nuvole, che squarciano il cuore quando esplodono stracciandosi in un azzurro strisciato di bianco.

Di pioggia sempre pronta a venir giù in gocce piene, cariche e furenti, di quelle che fanno pensare alla fine di tutto, alla fine del giorno, alla fine della fine quando all'improvviso smettono di esserci.

Di un sole che all'improvviso si permette di asciugare le strade, di spogliare la gente mentre ancora a bocca aperta dallo stupore si domanda dove sia finito tutto quel che c'era un attimo prima.

Di donne dai capelli rossi, di uomini dai capelli biondi, di uomini che sanno di uomini e uomini che sanno di maschi.

Di un accento rauco e una parlata veloce, di una danza tradizionale e di un ballo fatto a piedi nudi, a scansare i cocci per strada.

Di pub pieni di varia umanità, di case abbandonate e fabbriche di birra, di strade immense e mercati del pesce, di persone pronte al sorriso e a scrivere su un pezzo di carta quel che non riescono a spiegare a parole.

Di Liffey che si perde verso il mare portando anche gli sguardi e le parole, di acqua cupa e mai quieta, piena di rabbia e nervosa quasi avesse sdegno a mischiare il dolce con il salato.

Di chiacchiere perse seduti sulla sponda del fiume, di luci che si confondono e di tatm in grà leàt.



Di una dimensione che voglio sia la mia, e la tua quando vuoi. Se vuoi.