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martedì 9 dicembre 2008

Senza titolo 299





ma tu chi sei?



Bagno di folla, in questi giorni.

Sabato Torino era splendida e luccicosa e tutta tirata a lucido scintillante, con le vetrine che dicevano comprami comprami e quante persone dentro e fuori e intorno.

Quanto ho camminato e parlato e spiegato, quanto mi sono sentita orgogliosa di far vedere angoli e colori, e quanto freddo, quanto.

E chiacchiere e pesce crudo. E fare incetta di cose proibite. E non passare dal medico neanche a morire.


E in tutto questo continuare a chiedermi: ma tu chi sei?

Davvero, dico. Quale parte di te ho conosciuto, quale hai millantato, quanto di quello che so è vero? E come stai, come ti trovi, hai ripreso con te l'anima o l'hai lasciata perdere, cibo delle tue cazzate? Sei solo o hai qualcuno vicino, nonostante tutto?

Rien à faire.

Frullo tutto e viene fuori sempre la stessa domanda. Quindi non mi rimane che passarci sopra -perché di rabbia proprio non ne ho, solo una briciola di compassione ma sinceramente preferirei detestarti- e con la Barbarella troviamo soluzioni vaneggianti e ci scappa da ridere.

Un po' di amarezza, questo sì.

Sai perché? Perché in fondo abbiamo le mani piene di cose da dare, da darti. Tipo vicinanza, affetto, risate, comprensione, presenza, disponibilità.

Ora a tutto questo ci balliamo su. Giriamo e giriamo fino a perdere l'equilibrio, ci facciamo prendere dal capogiro e ricominciamo a girare. A far girare. Parole, tutte vere.

Perché io so chi sono. Sappiamo chi siamo. E chissà quante cose dobbiamo ancora scoprire.


Bello, no?



lunedì 4 agosto 2008

Senza titolo 252






≈on tiptoe and in a whisper≈




E' un giorno che sa di buono, questo.


Sull'amarezza di fondo si posano cose belle.


Piccole delizie fatte di pensieri delicati, di ricerca del mio benessere, dell'ottenimento di una condizione morbida fatta di appagamento di bisogni.


Come se -ad un tratto- si fosse aperta una porticina da qualche parte et voilà! entrino pure  le novità!


Un giorno di ferie così, non programmato.


Mentre fuori piove sole neanche fosse grandine, diluvia raggi bollenti che bagnano di sudore, io rimango qui nella penombra di questa stanza, accompagnata dal rumore dei tasti e dal ronzio in sottofondo del condizionatore.


L'aria rarefatta rimane fuori, lontano dalla densità di pensieri ovattati che sono miei, leggeri a raggiungere persone lontane, visi noti  e sconosciuti, voci familiari e mai sentite.


Grazie. Perché questi giorni fanno la differenza.



lunedì 21 aprile 2008

Senza titolo 204





*babylight*


Smorfiosetta e mezza nuda.

In fondo non sono cambiata molto, da allora. Sì, in chili e centimetri, ovviamente.

Ma ricordo cose che non mi piacevano e non mi piacciono a tutt'oggi, e altre che invece adoravo e ancora adoro.

Non dormivo mai.
Facevo piccoli sonni a rate e passavo il resto del tempo a passeggiare per casa e a fare dialoghi a più voci, neanche fossi stata Bess Mc Neill. Lo facevo soprattutto per svegliare mia mamma, lo ammetto. Per rompere un po' le balle, insomma. Per me è una vocazione.

A cinque anni volevo fare la suora - mio fratello l'indiano, per disotterrare l'ascia di guerra... - poi subito dopo l'assistente di volo.
Neanche a dirlo non ho fatto nessuna di queste due attività: le suore ho iniziato a odiarle dopo il primo giorno di asilo (ne ho fatto un paio di mesi, e non posso pensare alla quantità mostruosa di bastoncini di pesce che m'avevan propinato in quel periodo) e l'assistente di volo...mah, diceva mio padre che ero poco alta per farlo: mi misurava posandomi sulle piastrelle della cucina, e ancora rido a vedere me stessa appiccicata al muro, a ricordare gli strani modi di misurazione di mio padre. Per esempio, misurava la lunghezza delle cosce a palmi. Va be', fantastico. Solo lui.

Passavo ore davanti ad un piatto di tagliatelle.
La tecnica era quella di prendermi per stanchezza: dopo tre ore davanti ad un piatto di quella roba piatta - visto il mio rifiuto - me lo si propinava anche per  cena. E rimaneva ancora lì. Io in silenzio e a digiuno. Ancora oggi mi fa schifo la pasta piatta e liscia, mi chiedo come si possano mangiare le ruote e le trenette e le bavette e le reginette e le farfallette. Che schifo.

Ho sempre avuto paura del dolore fisico.
Ricordo una fetta di pane burro e marmellata mangiata d'estate, al mare; i baffi di ciliegia avevano attratto una vespa (maledetta!) che mi punse sul labbro. Ho pianto per tre giorni.
O quando avevo un graffio sul petto - non avevo ancora il seno, mi spiace - e un mio amichetto mi ci posò su una cavalletta, dicendomi che la ferita sarebbe guarita subito. Quella puttana di cavalletta - attratta credo dal sapore del sangue - iniziò a strusciare le zampe sulla mia ferita e l'amichetto in questione non voleva togliermela e io piangevo e sanguinavo. Odio quello lì e anche le cavallette.


Piccole cose, hai presente?
Eppure le rivedo in me in metafora, allusione, iperbole, climax.




mercoledì 2 aprile 2008

Senza titolo 194





≈blow my mind≈




E poi io ci credo.

Che credo a tutto, fino a prova contraria.

Oggi credo che tutto sia possibile.

Un viaggio infiocchettato, il respiro che si mischia trasportato dal vento, la confusione dei sensi, il vorrei e posso, il potrei ma non voglio, il voglio e posso.

Emotività.

Una dannazione. Maybe, but.


La mia letteratura è emotiva, le mie storie sono emotive; l'unico spazio che ha il testo per durare è quello emozionale; se dopo due pagine il lettore non avverte il crescendo e si chiede: "Che cazzo sto a leggere?", quello che capisce niente mica è lui, cari miei, è lo scrittore.
Dopo due righe il lettore deve essere schiavizzato, incapace di liberarsi dalla pagina; deve trovarsi coinvolto fino al parossismo, deve sudare e prendere cazzotti, e ridere, e guaire, e provare estremo godimento.
Questa è letteratura.



Il testo emotivo fotte l'inconsolabile solitudine di essere al mondo




Oh, non lo dico io. Lo dice Pier Vittorio Tondelli. Ma lo dico anche io. E ci credo.

Quindi sono emotivamente disastrata, ma tanto. Perché ho chiuso - credo - delle finestre e per contro ho abbattuto dei muri. Sai che corrente che c'è qui?

Fra le pagine di un libro di Carver - che, guarda caso si intitola Di cosa parliamo quando parliamo d'amore - ho ritrovato una cartolina. Un'immagine di David LaChapelle - e ancora, guarda caso! - e a parte il destinatario e l'indirizzo c'è scritto: ancora una volta. a bocca aperta. occhi lucidi. senza respiro. così.

Mai spedita. Mi è rimasta in mano. E va bene.

E insieme alla cartolina ho una marea di altre cose. Come sei bello.
E adoro il fatto che non mi fai più male.

Quand'è che imparerò ad amare, io?
Ora? Oggi? Stanotte?

E se lo sapessi già fare?

E se...


There is a light that never goes out












mercoledì 19 marzo 2008

Senza titolo 186





guarda quante cose mi girano intorno...





E' una strana sensazione.

Come se avessi mille e più di mille opportunità di sorriso o di  risata cristallina, folate di freschezza mi vengono addosso e mi avvolgono.

Piccole gioie in mezzo al vento, parole delicate e dedicate a me, fotografie e disegni,  cose tenere.

Manifestazioni di stima e soprattutto affetto, come quando si insiste per avermi da qualche parte che non siano le mie parti.

Come quando mi si chiede °mi vuoi bene° senza attendere risposta, dandola per scontata e ridendo sulla mia reticenza.

Che le mie dichiarazioni di affetto arrivano, con i miei tempi e i miei modi.

Arrivano con tutta la mia spontaneità e subito dopo con il mio immancabile imbarazzo, che a parlare di sentimenti mi si contraggono le corde vocali e divento muta.




♦ quasi sempre ♦




ma...se allungo le mani, secondo te...quelle cose che mi girano intorno s'allontanano o si fanno acchiappare?








mercoledì 5 marzo 2008

Senza titolo 178




♦ s o l l i e v o ♦






Se nonostante la difficoltà oggettiva arrivo dove voglio.

Se con un fascio di foto di me in mano mi siedo e leggo.

Se tengo in mano un foglio e ne assumo immediatamente tutte le negazioni del testo.



Mi basta questo per fare un respiro profondo, mentre mi guardo dentro e penso che ora - ora sì - devo solo imparare di nuovo.
Prendermi per mano e ricominciare a respirare.

Basta un respiro profondo e uno sguardo indagatore d'uno sconosciuto che in realtà sa di me più di quanto io pensi per atteggiare le labbra in sorriso. Le mie. Sorridono.
E gli occhi. Sorridono.

Basta un telefono che non smette un solo attimo di vibrarmi in tasca.
Domande in alcuni casi prevenute dalla mia risposta anticipata. E sollievo che avverto anche in loro.

Basta una marea di telefonate che non mi fanno dormire proprio quando ne avrei bisogno.
Una alluvione di parole e insulti scherzosi da chi davvero ha avuto il mio stesso brivido. Quasi.


E ora che si fa?

Forse - e dico forse - mi privo di una cosa che mi piace. Ma certamente avrò in cambio tanto altro. Cose piccole, quelle che mi piacciono e mi danno sollievo.
Poi ho fatto una promessa e mi tocca mantenerla.


E' che sono di buon umore. E questa è già una motivazione.




mercoledì 23 gennaio 2008

Senza titolo 161




Parole fragili come sfere di cristallo.


Le sfioro e le accarezzo con cura e loro crash! Esplodono come se le avessi urtate.


Parole a pioggia. Cadono tutte uguali l'una all'altra.


Con disinvoltura provano a girarmi intorno e mentre mi volto a seguirne il volo mi accorgo che in realtà sono bolle di sapone.


E mi mostrano sfaccettature di luce, tutto l'arco di colori e sfumature, piccole finestrelle splendenti in cui provo a riflettermi.


E puff! Scoppiano. Le tocco e non esistono più. Inconsistenti.


Svaniscono. Come mai esistite.



{chiudo gli occhi e mi faccio portare via da una nota di violino}

domenica 6 gennaio 2008

Senza titolo 153





...tante cose...




Inizio d'anno senza voce. Mi tocca urlare per sospirare, una fatica immensa. Magari potrebbe essere un vantaggio, ma so parlare anche con gli occhi, con gli atteggiamenti.

E spesso parlare non serve. Ma pensare, sempre, sì.

E allora ho un sacco di pensieri, alcuni che mi fanno arrabbiare davvero, infinitamente.



Cronaca.

La rumenta di Napoli e dell'aerea vesuviana. Si tratta di Italia, no? Quindi mi riguarda. E lo trovo intollerabile.Così come trovo fastidiosa - ma è un eufemismo - quella faccia da fantoccio del vostro presidente del consiglio. Quello che sembra che la bocca gli si distacchi come i bambocci che usano i ventriloqui, mi spiego? Cazzo ha da ridere sempre? Ieri per la prima volta gli ho visto la faccia contrita, evidentemente il suo curatore d'immagine (...) gli ha detto che era il caso di dimostrarsi sconsolato.
E allora agiremo, faremo, sistemeremo.
E Bassolino, quel coso, ditemi, cosa fa? Se ne guardano bene anche a mostrarne il volto, attualmente.
E il popolo, cosa fa? E la camorra? E chi è con e chi è contro? E cosa ci vuole per mettere da parte la monnezza, ad evitare la diossina, la puzza, i maiali e i topi, le malattie, il mal di vivere? Oh.

La riscossa del clero.  L'inquisizione. La 194. Il miracolo italiano, la rivolta sociale, la vera evoluzione della italica specie sono state tre leggi, sostanziali: il divorzio, l'aborto, il nuovo diritto di famiglia. E ora il pastore tedesco, tramite il proprio portavoce con la medesima faccia laida, dice che va rivisto. Certo. Merda. E quei vergognosi democristiani che ci traghettano verso il tracollo dicono sì, è vero, va rivista. Che le nuove evoluzioni scientifiche e bla bla bla...forse dimenticano che hanno mandato a monte e al rogo milioni di euro sobillando gran parte del popolo caprone a boicottare il referendum, rendendolo nullo. E la ricerca, a farsi fottere. E ora vogliono rivedere l'aborto. E io, donna mai stata madre neppure per breve tempo  - per scelta - rivendico il diritto a tenere la legge così com'è, rivendico la scelta di essere o meno genitore, giustifico e comprendo il dolore di chi all'aborto è costretta, perché non è mai una passeggiata.

E dulcis in fundo, sempre dal clero: sono stati istituiti gruppi di preghiera. E questa è stata una botta di ilarità che, nonostante la mancanza di voce, mi ha fatto esplodere in una risata fragorosa, davvero ci voleva!
Insomma gruppi di preghiera a favore dei bambini vittime dei preti pedofili. E pregate, va'. E lasciate  che i giovini vengano a voi. Merda. Io vi odio. Vi odio ancor più in quanto preti. Vorrei vedervi morire nel vostro vomito, nel vostro sperma. Mi fate schifo.




E poi penso a me. Chiudendo fra parentesi la cronaca, che ho bisogno di respirare.

Penso a quel che sono, e quel che sono è dato dai miei pensieri e dal mio modo di espormi.
Dalla fisicità, che anche l'esteriorità serve visto che è un biglietto da visita ma soprattutto alle parole con le quali mi espongo veramente.

Io sono quel che dico.

E penso a ciò che voglio, e così tanto spesso non ho quel che voglio. Ma lo desidero e il desiderio è forza, è un passo, è la voglia di riscatto e il rifiuto della rinuncia a vivere a modo mio, come voglio io.

Ora è tutto nuovo. O tutto diverso. Con il mio bagaglio di esperienza, di dolore, soddisfazioni e gioie.
E di cose da dare, e da prendere.


Ora è tempo.

mercoledì 2 gennaio 2008

Senza titolo 151








E mi piace pensare che quel che ci sarà sarà tutto sconosciuto, nuovo, in evoluzione.
Mi piace avere la sensazione di stare sulla corda senza la rete sotto, di vacillare e chiudere gli occhi per non perdere l'equilibrio.
 Mi piace non aver paura del vuoto ed avere sempre e comunque la sensazione del Tutto Pieno.
E assaporo la vita a piccoli sorsi, a volte aspra altre sa di latte.
A volte ne strappo un pezzo e me lo gusto, in tutti i sensi.
A chi sa, buon duemilaotto. Buono e pieno.



*riepilogo dell'anno precedente*


...ma  siccome  io non  sono buona  e non mi  interessa essere amica di tutti, questo biglietto è dedicato  ad un mucchio di gente  - conosciuta o sconosciuta -  che comunque mi piaccia.
Escludo tutti coloro che conosco e non mi piacciono, che non mi sono mai piaciuti o che pur essendomi inizialmente piaciuti poi mi abbiano delusa.
Per loro, cordialmente, l'augurio è di andare a fare in c*lo.
Col botto, possibilmente.

mercoledì 26 dicembre 2007

Senza titolo 147





≈ tornare a casa



Che sono stati giorni pieni di persone sorridenti, ma davvero.

Persone che si alzavano al mattino e venivano verso me - sveglia come al solito, ma insolitamente giocavo con due cani anziché con due gatti - e mi baciavano. Il bacio del risveglio. Strano.

Persone che non vedevano l'ora di conoscermi, dopo aver sentito parlare di me.

Che appena mi hanno vista non sapevano cosa darmi, cosa fare per me, e ho parlato per sei ore perché avevano domande e mi riempivano il piatto e il bicchiere. E Negroamaro e Nero d'Avola (ah, pensavo bevessi roba da signorine! e invece vuoi vino!) e cose buone e tante.

E pacchetti, tanti. Cose che non mi aspettavo anche da persone che non conoscevo.

E affetto.

Quello della piccola di casa era scontato, ma sempre bello. Quello delle *bambine* che mi saltavano nel letto e dormivano appiccicate a me, e dormire con due chihuahua che insieme facevano tre chili da sempre un po' d'ansia. Quello di tutti.

E passi per le vie di Roma. E ritrovare luoghi e percorsi conosciuti. Traffico e gente.



E pensieri in vacanza.



giovedì 20 dicembre 2007

Senza titolo 145






Quand'ero piccola...

...ero una bambina bellissima. Un caschetto di capelli biondi che d'estate diventavano color del grano, lisci e sottili. Un musetto bellissimo, con la bocca a bocciolo e il nasino delicato, gli occhioni verdi.

Era difficile credere che dietro questo viso d'angioletto si celasse una peste. Non mangiavo e soprattutto non dormivo, con disappunto di mia mamma ho iniziato a camminare a nove mesi, ho imparato a leggere e scrivere prima d'andare a scuola. Conoscevo tutte le fiabe di Andersen e dei Fratelli Grimm e quando mi mandavano a nanna me le raccontavo.

Al mattino mi svegliavo che era ancora buio e per passare il tempo andavo in terrazzo, mi sedevo per terra e dondolavo le gambe raccontandomi storie, canticchiando e accarezzando il cane (vagabondo, si chiamava) che veniva a farmi compagnia. Ero un tesoro fino a che non si svegliava mia mamma. Poi iniziavo a far capricci, a chiedere di uscire. Volevo indossare le scarpine bianche e i calzettoni traforati, volevo passeggiare e vedere il mondo piccolo, quello che si guarda con gli occhi dei bambini.
Mi sentivo una donnina, avevo il dolceforno e un servizietto da tea in limoges, regalo della nonna.

Ogni tanto mi ammalavo come tutti i bimbi: la tonsillite mi faceva felice perché mangiavo tanti gelati. La febbre era una festa, 'ché mamma mi preparava le patate fritte e comprava le zigulì.
Ho avuto anche il morbillo. Eh sì. Mi ricordo che zompettavo sul letto per guardarmi allo specchio con la faccia tutta puntinata di rosso, sembravo un ranocchio.

E, a parte la vanità bambina e femmina di cui ho scritto finora, questo è il punto: ho avuto le malattie che tutti i bambini hanno avuto. E il morbillo era una malattia esantematica comune, anzi la *filosofia del contagio* pervadeva lo spirito materno al punto che se si veniva a sapere che qualche bimbo era infetto di qualcuna di queste malattie si chiedeva di passare un pomeriggio insieme, 'sì da contagiarsi e prenderle una buona volta.

Ora, io ho fatto solo il morbillo. Che mia mamma era saggia e non si divertiva a vedermi ammalata - soprattutto perché già ero tremenda da sana, figurarsi ammalata! - Ma mai nessuno parlava di epidemia.

Epidemia, capisci? C'è il morbillo? Fila per il vaccino!

Sono eticamente contraria a qualsiasi vaccinazione, soprattutto dal momento in cui mi sono resa conto che altro non è che una volgare messinscena organizzata da chi evidentemente mal cela l'interesse economico con l'amore per la comunità.

Guarda qui, poi dimmi. www.disinformazione.it/paginavaccinazioni.htm

Io comunque rimango l'evoluzione di una bellissima bimba bionda e con gli occhi verdi.
Nonostante il morbillo.


Bah.


mercoledì 19 dicembre 2007

Senza titolo 144





Oggi non ho smesso un attimo d'avere qualcosa in bocca.

E qui blocco subito i simpatici che intendano usare doppi sensi scontati  e triti, dal momento che non mi piacciono.

Per tutto il giorno ho mangiato e fumato. La cosa potrebbe essere normale per la sigaretta, che piacevolmente mi accompagna. Molto meno per il cibo, visto che lo assumo per motivi [a me] ovvi in modiche quantità.

Ma insomma: dopo i miei due caffe del risveglio - tardi neh, sono arrivata in ufficio con assoluto comodo, verso le undici - ho trovato un bel pacchetto sulla scrivania con la torta sbrisolona. Una cosa fottutamente buona, ecco cos'è: burro e burro e burro e mandorle e forse anche qualche altra cosa, ma soprattutto burro e mandorle. Poi pandoro. E cioccolatini. E per pranzo sono andata a prendere una piadina con stracchino e prosciutto crudo e poi ancora caffe e sbrisolona.

Il pancreas sta gridando aiuto.
Se mi fanno le analisi del sangue adesso mi arrestano.
E va be'.

Ovviamente sono tornata a casa e mi sono pesata...peso uguale a ieri, quindi posso mangiare anche a cena. Ecco.

Sono giorni di cose belle. Persone che mi piacciono, incontri piacevoli, telefonate che sono una ventata d'aria fresca, in ufficio il delirio ma tanto mi scappa da ridere quindi passa in fretta.

RadioServa si è allertata, vedendomi così. E cosa è successo, eh? Che c'hai? Niente, normale, no?

Ora, fermo restando il fatto che sento ogni parte del corpo come a se stante - proprio tutti i pezzettini per conto loro e ciascuno con il proprio scricchiolio, sarà che non ho il fisico - sto bene.

E quindi mangio, bevo, fumo, esco, rido, sorrido. E domenica parto.

E oggi gira così, e lascio girare.

domenica 16 dicembre 2007

Senza titolo 143






Luci accese in perenne contrasto con questo buio di cui amo circondarmi.

Luci flebili quelle che mi accompagnano  fino al risveglio. Il letto freddo scaldato da una marea di pensieri e carezze lente ad accendere flash.

E sensazioni e impressioni e pensieri agitati e teneri. Confusione di sensazioni estremamente delicate, fragili e intense. Libere sotto una coltre di piume. Leggera.

Sospiri e respiro univoco, inequivocabile, netto. Amplificato da un lenzuolo rosso risonante, eco piena.

Mai sola se con me stessa.



Nella mia stanza - per altre vie da te ritornerei
Nella mia stanza - da parte a parte il cielo legherei alle mie dita - e crolli il mondo su di me
Nella mia stanza - altro che mie le ore in cui non sei
Nella mia stanza - di carta e inchiostro il tempo vestirei con le mie dita - e crolli il mondo su di me
Se stringi tra le mani la mia voce ti accorgi che tu non sentirai distanza
E' tanto...troppo tempo che vorrei poterti dire che io non sento la distanza
Io non sento la distanza - Nella mia stanza - Io non sento la distanza - Nella mia stanza
Se stringi tra le mani la mia voce ti accorgi che tu non sentirai distanza
E' tanto...troppo tempo che vorrei poterti dire che io...io non sento la distanza
Nella mia stanza

Negramaro - Nella mia stanza








domenica 9 dicembre 2007

Senza titolo 138





Giorni teneri, di un tepore soffice che sfibra il freddo sciogliendolo come un gelato che cola sulle mani e gocciola addosso.

Come mi ero ripromessa - come avevo sperato per me stessa - ho lasciato che tutto scorresse senza che distacco o freddezza prevalessero. E non avrebbe avuto senso: ero sicuramente circondata da *amici*.
Baci e anche abbracci.

E  Giorgio che mi ha abbracciata stretta stretta prendendomi alla sprovvista, e le sigarette fumate in terrazza al freddo, insieme.

E Enza con il senso dell'orientamento ridotto al lumicino.
Ma quanti passi incrociati per le strade di Milano, quante parole infilate come perle in un filo logico solo nostro - quello delle stronzette prime della classe, luogo comune neanche troppo sbagliato - racconti di passato in corso Como, mojito e mandorle salate, messaggi e foto.

E gente e frittelle e zucchero filato. E chiacchiere e risate, e quanto abbiamo mangiato. Quanto. Tanto.

E poi.



David LaChapelle.

Uno dei miei pensieri fissi degli ultimi mesi. La mostra delle sue Opere e il rimando qui dentro - neanche troppo velato - ad altri Artisti che mi si sono fermati nel cuore.

*ma parlare al plurale è tentare di sviare me stessa dalla logica affettiva*

Colori addosso. Entro e mi circonda il rosso, mi entra dentro e mi affoga. Mi lascia senza respiro. E d'un tratto Jeff Buckley in sottofondo.

Inizia la Magia.

Heaven to Hell. Il libro che ho regalato, un soffio  al cuore. Una parete piena di fuoco. Esplosiva di senso.

E pietà, ultima cena, diluvio universale. Richiami blasfemi ad una religiosità pregnante.

E corpi immersi in liquido amniotico, e uomini e donne e violenza visiva e visuale.

Pulsioni, pulsazioni accelerate.

Sangue. Sesso. Arte.

Questo . è . Amore.