drunk of you
Nulla. Non cerco più nulla.
Ho trovato, quasi per caso, quello che non pensavo di ricercare.
E in quel tutto mi annullo divenendo parte del tutto.
Io sono Suo.
Ora ricerco la Sua felicità e, quindi, la mia.
martedì 25 ottobre 2011
Senza titolo 441
sabato 3 settembre 2011
Senza titolo 438
ci sono cose
ho conosciuto gente che si prendeva estremamente sul serio.
roba che, a fronte di qualunque parola, aveva un'alternanza nella mimica facciale da far timore.
gente che, a guardarla, a volte mi incazzo e altre volte sento la risata che mi scoppia in bocca e i peli che fanno la hola alla sola idea di prenderla per i fondelli.
boccaloni, insomma (cit. Enrico Palandri - Boccalone - storia vera piena di bugie - roba che ci si deve passare fra le pagine per sorridere e, fin troppo spesso, riconoscersi).
questa stessa gente, in genere, nutre un interesse civile pari allo zero.
possiede un minimalismo di pensiero da fare invidia ad un'ameba, così compresa nel cercare di prevenire l'eventuale schiaffo del soldato da non riuscire più a guardarsi intorno; così presa dal tenere atteggiamento circospetto, così convinta che tanto *sono tutti uguali* da riuscire a prenderla nel culo ogni tre per due.
vi odio perché mi rendete il gioco facile.
provate, in uno dei vostri rari ma probabili momenti di lucidità, a comprendere che il nemico siete voi. il vostro nemico, intendo dire.
basta piagnucolare, non affrontare, fare gli strafighi, smorfieggiare convinti di non essere visti.
basta tacere, basta girarsi dall'altra parte.
basta.
avete, ora e sempre, qualche occasione di riscatto sociale.
io, e quelli come me, vi intortano solo perché glielo lasciate fare.
non è mica cattiveria: siamo solo stronzi.
domenica 31 luglio 2011
Senza titolo 436
so far away
questo è un momento in cui ho bisogno di andare via
lasciare tutto cio che mi pone limiti temporali e tenere a disposizione personale non frazioni di giornate ma giornate intere, siano esse noiose o ilari, tristi o piene di risate
voglia di non dover rispondere a domande troppo spesso petulanti
tempo di conservare nella apposita sportina quell'aggressività latente che la stanchezza porta a galla e che non posso o non voglio reprimere, ché quando ci sta un vaffanculo fa bene anche a chi lo riceve
ho scambiato due parole con una persona (una o più persone in una, non l'ho mai capito, magari è bipolare) con la quale -per ovvi motivi- non parlavo da tempo
emozione ad alzo zero
sono capace di conservare i sapori buoni in qualche anfratto e mi aspettavo, vedendo il suo nome fra la posta, almeno un sussulto
invece no, niente, pensa tu
devi aver fatto un solco troppo profondo fra me e il tuo egoismo perché io sapessi, anche a distanza di tempo, superarlo; rendermene conto mi ha dato anche un brivido di tristezza, della durata di un attimo, fino a che non ho cancellato le tue parole
ancora una settimana
cinque giorni da condividere con persone che diventano giorno dopo giorno più difficili da sopportare
certo io non aiuto: non mi scappa un sorriso neanche a morire, il tono lo so da me che è indisponente, l'atteggiamento è quello di un istrice; quando mi impongo un atteggiamento selettivo riesco ad essere avvicinabile ma dura poco
devo andare via
senza niente in mano, senza alcuna certezza
soprattutto senza chi, anche solo per un momento, abbia avuto l'impressione di tenermi in scacco e l'intenzione di far di me una regina sotto assedio
mercoledì 13 luglio 2011
Senza titolo 434
hate summertime
c'è che fa caldo anche se piove
illude quest'acqua, non riuscendo a liberare il respiro dalla coltre bollente che sì, a luglio sarà anche normale, ma a me non piace comunque
e vedo gente ansimante e appiccicaticcia che ancora riesce a sprecare fiato dicendo di amare l'estate
mentre si sventola e si sveste e si deterge con salviette ormai sfatte
non mi piace
non mi piacete
non vi capisco e neanche mi interessa farlo
muoio un po', almeno fino a settembre
domenica 27 marzo 2011
Senza titolo 424
il male dentro
sono donne e uomini che non hanno niente se non ciò che hanno addosso
guardo le immagini che scorrono sullo schermo e vedo visi con la medesima espressione di dolore profondo misto a stanchezza e speranza
piccoli bambini avvolti nelle coperte che hanno patito -pur senza avere parole- la stessa sofferenza di un viaggio che non riesco neanche ad immaginare, nel freddo di quelle notti passate in acqua con il solo sollievo di una carezza umida
guardale quelle persone
le vedrai uguali a qualunque altra che ti passa accanto ogni giorno, forse con la pelle un po' più chiara, sì, ma con la stessa angoscia di vita
guardale e pensa che se hanno deciso di affrontare un viaggio tragico per giungere chissà dove è perché la scelta era morire affamati, sparati, straziati e stuprati o morire affogati
e allora hanno scelto la probabilità di sopravvivere lontano da tutto, dalle loro famiglie e dalla loro cultura, di fare il sacrificio di elemosinare qualcosa piuttosto che non avere niente
stanno arrivando qui carichi di speranza rischiando di essere fottuti dalla stessa
clandestini, rifugiati, migranti, pezzenti, delinquenti, negher, chiamali come cazzo vuoi
ma non dimenticare che sono persone
con gli stessi tuoi diritti e con i tuoi sogni
uguali identici
e pensare di risarcire i sogni e i diritti con due soldi
pensare di incartare tutte le speranze in una manciata di euro
chiudere gli occhi davanti a quegli occhi
fa di te un assassino
mercoledì 12 gennaio 2011
Senza titolo 416
on the road
c'è che, nonostante il silenzio che ultimamente è la mia cifra principale, io vedo, guardo e sento.
la mia attenzione è attratta dalla gente, da quella che incontro per strada e da chi invece per strada ci vive e non certo per scelta.
guardo la mia città divisa in due dalla paura.
i lavoratori della fiat e dell'indotto -che sono decisamente molti, molti più dei dipendenti di mirafiori- sono terrorizzati dal cappio che pende sopra la loro testa, pronto a tendersi e a strozzarli.
sono per strada e parlano, urlano, piangono; oppure ostentano tranquillità, fiducia, sopraffatti da una sorta di sindrome di stendhal verso un uomo che vorrebbe portare una ventata di modernità che accompagni con cura i lavoratori verso il passato, quello in cui esisteva il padrone.
che termine desueto, né? il padrone. eppure.
c'è chi in strada muore. bambini, barboni, tossici.
ché oggi si muore di fame, di stenti, di freddo.
si muore di indifferenza.
si muore anche sotto un treno.
paolo ha scelto di fare così: dicono le telecamere della stazione che, prima di fare il salto contro il treno merci di passaggio, abbia fatto due telefonate che dai gesti parevano concitate.
poi ha rimesso il telefono in tasca, ha tirato su il cappuccio del giubbotto, si è girato e via.
non ne è rimasto niente.
solo il video.
intorno disperazione, dentro tutti, dentro ciascuno di noi che lo conoscevamo ma anche dentro ogni persona che sappia cosa sia il tormento.
la notizia di paolo mi è stata data mentre passeggiavo incantata fra le vie di praga.
così, scendendo dal castello verso via neruda, paolo si è disperso in me.
e io mi sono persa per praga, con il pensiero di lui dentro e gli occhi pieni di bellezza e disperazione.
praga, la bellezza.
il contrasto.
l'occupazione.
il regime.
la polizia segreta.
la censura.
la rivoluzione.
la liberazione.
e ancora la bellezza.
domenica 12 dicembre 2010
Senza titolo 414
speechless
ma, in effetti, qualche cosa da dire c'è.
domattina avrò un appuntamento importante, preceduto da una telefonata che è riuscita -mio malgrado- ad agitarmi.
dico: no guarda, niente cinema: non è che stia prefigurando chissà quale male, sia chiaro. ché sarà pur vero che c'è la familiarità ma insomma, inopinabilmente ho culo. lo dicono anche le gonne, aggiungo con inequivocabile vis comica.
intanto contatto la collega con particolare esperienza diretta -con la quale, peraltro, trascorrerò a Praga gli ultimi giorni dell'anno e i primi del nuovo- ottenendo il duplice risultato di preoccuparla e farmi commiserare. cazzo.
comunque, domani mattina qualche cosa di più dovrei conoscerla.
e poi vedremo.
oggi ho iniziato e terminato un libro, semplice scorrevole piacevole e nuovo.
si intitola accabadora.
parla di una donna che viene chiamata a mettere fine alle sopravvivenze altrui.
e siccome non avevo voglia di fare la donnina di casa, se non per il minimo indispensabile, ho deciso di passare dal divano al letto al pc, seguita inevitabilmente dai mie tre maschi e dal libro.
accompagnata alternativamente da caffè, pistacchi, salatini, acqua per non morire di sete e ancora caffè.
e ora mi lamento per i bruciori di stomaco. bah.
martedì 23 novembre 2010
Senza titolo 412
low light
non so tu, ma io della guerra ho una paura fottuta.
ci penso da sempre, ogni volta che ne leggo la storia, ogni volta che ne sento raccontare, tutte le volte che vedo immagini e filmati di esplosioni, colonne di fumo, gente che piange o che scappa disperata.
non riesco a comprendere e neanche ad accettare chi la guerra -venendo da un territorio teoricamente in pace- sceglie di farla mimetizzandola non solo con abbigliamenti o trucchi ma con la parola pace.
tanto meno comprendo chi abbia bisogno di reiterarla con la fantasia, e mi riferisco a quei coglioni che addirittura pagano per partecipare alla cosiddetta guerra simulata.
lo chiamano sport. come la caccia: sport.
sparatevi più spesso, o sportivi.
le notizie attuali certo non mi consolano: la Corea del nord attacca la Corea del sud. paesi che affamano il popolo -e non è una figura retorica, hanno fame davvero- che hanno eserciti fatti da centinaia di migliaia di persone armate di tutto punto, che marciano come burattini dinanzi al governo supremo tronfio e soddisfatto dallo spettacolo.
c'è la Palestina, o meglio c'era. adesso c'è un popolo costretto a rifugiarsi nelle montagne dal cemento che avanza, dal filo spinato e da un esercito che d'imperio stabilisce confini sempre troppo mobili per essere veri.
ci sono tutte le altre guerre alle quali questo Stato che abito partecipa mettendosi in tasca l'articolo della Costituzione che dice di ripudiarla, la guerra.
ci sono le fabbriche di armi, fra le poche che ancora tirano.
ci sono le fabbriche di soldati, le scuole per i soldati, l'onore ai soldati.
c'è lo scontento, lo squilibrio, l'insoddisfazione.
ecco, di queste cose ho paura.
non su tu, ma io ne ho paura.
sabato 18 settembre 2010
Senza titolo 406
j'accuse
che poi, a voler proprio dire tutta la verità, mi date il voltastomaco.
resisto più o meno a tutto ma all'ipocrisia imperante, a quella maschera sorridente, a quell'espressione tesa fra l'innocenza e lo stupore proprio non mi ci abituo.
non mi interessa sapere se ci siano e di chi siano le colpe: mi interessa che proviate a guardarvi intorno e magari, se ce la fate, anche un po' dentro.
sempre che anche a voi non venga nausea, al vostro proprio cospetto.
tant'è.
e poi ci sono le perle.
in un mare di fango risaltano delicate manifestazioni d'affetto e condivisioni di intenti, disponibilità e presenza.
a queste mani io tendo le mie.
martedì 13 luglio 2010
Senza titolo 399
return to the past
io non ho mai lavorato in fabbrica
vivo in una città che per anni è stata identificata con la struttura industriale più grande d'italia -e non a torto, fino a qualche anno fa- e da questa idea comune ha avuto più difficoltà che onori.
ancora c'è chi è convinto che torino sia una città grigia e connotata da agglomerati industriali, fatta di persone chine e introverse, ignorando spesso con presupponente spocchia la storia della città, la presenza di castelli e di parchi, la bellezza del barocco e la particolarità dei suoi corsi, tanto per elencare qualche particolare.
eppure non si può non accettare il fatto che qui ci sia -anche- la fiat.
non ho mai lavorato in fabbrica né ci sono mai entrata, in una fabbrica attiva.
l'unica catena che abbia mai visto è stata quella di una vecchia fabbrica tessile di san maurizio canavese, peraltro bellissima con i suoi filatoi e telai e torcitori e navette di legno, e i soffitti altissimi con le travature a vista.
non sono mai stata in fabbrica ma sento il fiato della fiat ovunque.
lo stabilimento di mirafiori è grande come una piccola città. non sembra vera, ci si rende conto della sua enormità solo guardandola dall'alto. non c'è un ingresso, ce ne sono tanti. e non si chiamano ingressi, si chiamano cancelli.
la direzione è qui ad un passo da casa mia, così come la rampa elicoidale che porta alla pista sopraelevata.
la mia azienda era permeata dalla presenza della fiat, prima dell'avvento dei cavalieri bianchi.
cosa rimane di questa pseudo potenza economica che come una piovra si è sparsa per l'italia e nel mondo cogliendo qui e lì le opportunità migliori per acquisire contributi, ovvero soldi, soldi nostri, soldi di tutti, soldi anche degli operai ed impiegati che ci lavorano?
rimane un accordo vergognoso.
un vigliacco compromesso che ha il sapore del ricatto al quale -gioco forza- troppi lavoratori dovranno dire sì.
e, per far vedere subito chi sia il padrone -da le bele braghe bianche- licenzia oggi un sindacalista fiom con l'accusa di aver "indebitamente utilizzato l'email aziendale".
fischia il vento...
domenica 11 aprile 2010
Senza titolo 389
it happens
che poi, dico io, c'è questo mare di cose qui dentro che a metterle fuori tutte sarebbe un puttanaio tale da rischiare di essere accusata di disastro colposo, se non preterintenzionale.
una fattispecie delittuosa, direbbe il giudicante.
ma poi, dico io, dovrei rischiare di affogare da sola, o no?
se c'è un mondo che chiede di sapere dove vadano a finire le onde e io apro le mani e lascio fluire, potrei essere considerata colpevole?
ma, soprattutto, dovrebbe strafottermene qualcosa?
ero lì a considerare se effettivamente ne avessi voglia.
tipo: ora dormo, se mi sveglio in tempo mi preparo, e bon.
ma, tanto per dire, avevo anche puntato la sveglia.
doccia -ma tanto mi sarei lavata comunque, ché l'aria d'ufficio al venerdì pomeriggio è da sciacquare via-
trucco -cristo, la cosa più brutta del trucco arriva alla sera, quando devi levarlo via. la prassi della salviettalattetonicoidratante alla mia tenera età ancora continua a darmi noia-
truccata e con il pigiamino addosso. va' che mi vesto -hai ancora cinque minuti per chiamarlo e dirgli una cosa qualsiasi, tipo il gattino ha la cistite e non posso uscire no no no-
nel frattempo apro il cassetto delle sorprese e saltano fuori slip e reggiseno.
mi vesto, vado a fare un giro.
i cinque minuti sono passati.
.
effettivamente ne avevo voglia
.
spara juri spara.
guarda quante piume ci sono qui.
hanno il sapore di cuscini sprimacciati.
hanno il profumo di lenzuola stese a terra.
e parole strascicate in respiri tesi e bisogno di conferme senza parole.
e luccicanza, ma quanta.
così, per caso.
e anche se unisci i puntini non riesci a trovarne il senso compiuto
perché a me oggi piace così
sabato 3 aprile 2010
Senza titolo 388
a meno che
quel giorno che mi sono persa nei suoi occhi ho avuto la sensazione palpabile che non mi sarei mai più realmente ritrovata senza.
era lì, era lì per me, era lì con me.
eravamo insieme.
eravamo noi.
e a niente sono valsi i giorni confusi e persi in un soffio perché non ci si può perdere davvero se non lì dentro.
me li porto addosso tutti quei momenti, così invadenti e invasivi da non riuscire a non parlarne con chiunque possa in qualche modo vincere almeno un po' la mia reticenza.
anche se non bastano le parole per spiegarlo.
ci sono domande alle quali non riesco a resistere.
perché, se fra un sorriso che scopre tutti i dentini e un rimprovero che sembra una carezza mi chiedi e tu come stai io no, io non so resistere.
e allora rimango immobile e in silenzio e, quando riprendo fiato, inizio a girare intorno alla domanda in parole concentriche fino a che non mi ripeti sì ma tu come stai e allora non posso fare altro che dirti che secondo me sono tutti morti. che vado in giro, faccio cose, vedo gente. ma sono tutti morti. scrivo e faccio foto e mi occupo e mi preoccupo e lavoro quanto lavoro ma comunque, alla fine, rimango il mio unico interesse perché non trovo niente che mi colpisca. perché sono tutti morti.
che i miei occhi si muovono veloci sulle cose ma difficilmente si incantano.
ma quando succede allora sì, allora mi sento di nuovo persa.
martedì 1 dicembre 2009
Senza titolo 374
take care of you
se n'è andato lasciandomi senza parole, le sue parole o quelle da lui ispirate, come queste:
vorrei le mie ciabatte. vorrei la mia casa. vorrei il mio letto da ragazzo, vorrei addormentarmi nel mio letto da ragazzo, vorrei l'abbraccio largo di mia nonna, vorrei sentire i fianchi di mia madre mentre la stringo bambino sul sellino dietro la sua bicicletta, mentre corriamo sulle strade strette fra i fossi verso la campagna, vorrei sentire il suo cuore pulsare veloce come quello di un gatto tra le mie mani, il vento azzurro del mattino, vorrei un bacio lungo, un ultimo lunghissimo bacio azzurro in cui affogare.
vorrei essere sempre felice, come quando mia madre pedalava.
è andato via senza darmi il tempo di abituarmi a fare senza, lasciandomi senza diritti e con un vuoto dentro faticoso da riempire
e con cosa, poi?
a volte guardo i miei ragazzi, quelli della comunità, e mi chiedo quanti di loro abbiano contratto il virus.
me lo domando senza pregiudizi, non limitando alcun contatto con loro che hanno fatto vita di strada per anni, che hanno creduto di fare una scelta mentre in realtà subivano la pesantezza della loro mancanza di volontà
non so quanti siano ammalati ma vorrei che non mi mancasse mai nessuno di loro
non mi importa dei loro errori, dei danni che hanno fatto, neanche del male che anche indirettamente hanno seminato
voglio solo che nessuno di loro possa lasciare un vuoto dentro me, per nessuna causa
voglio che questa giornata non sia solo una ricorrenza tanto ovvia quanto inutile
voglio che esista la cognizione del dolore che si può evitare con poco
anche con una siringa nuova
anche con un condom
*lo scritto è di filippo betto, dal libro certi giorni sono migliori di altri giorni
martedì 17 novembre 2009
Senza titolo 372
38.9
e tutti si allarmano.
e io mi annoio.
ché la vera cosa brutta dell'influenza è la noia che salta addosso, che non viene mitigata da libro, pc, tv, telefono.
niente, mi annoio e basta.
ci sono gli eroi che vorrebbero venire a trovarmi, forse per vedere se effettivamente questo virus A cambia qualcosa nella fisionomia umana, forse per dirsi solidali, forse ancora per amicizia, niente di meno che amicizia.
eppure io non ce la faccio.
quella vena odiosa di autosufficienza da conclamare in ogni caso, anche quando effettivamente mi farebbe piacere -e non di meno comodo- godere della disponibilità delle persone a far le cose di tutti i giorni: un po' di spesa, due chiacchiere, il caffè.
c'è che in questi casi io vorrei solo patatine fritte e zigulì. da mia mamma.
ritornare bambina e stare a letto, nel lettone, sì! ché quando si è ammalati, da bambini, ci si sposta nel lettone e si gode di piccole cose come latte caldo col miele, nanna, patatine fritte difficili da mandare giù con la gola in fiamme ma che buone, nanna, camomilla, nanna, zigulì.
da grandi...da grandi, mah...io faccio da sola. con la soddisfazione di dire no e un urlo dentro che chiede perché no, perché.
pare che cani e gatti siano sensibili al virus A. la mia preoccupazione ora è quella di non contagiarla ai miei gattini. il mio fastidio invece è starnutire, soffiare il naso, tossire, misurare la febbre -lo faccio una ventina di volte al giorno, dev'essere una strana fobia- e le medicine, quanto odio le medicine.
c'è di buono che dormo. la febbre dà una dimensione onirica alla giornata che scorre densa, rarefatta. e allora sogno di sposarmi con mio cugino, ricevimento pieno di persone sconosciute a mangiare pane e nutella, mia mamma che mi guarda e ride. e io che rido con lei.
domenica 8 novembre 2009
Senza titolo 371
s-comunicazione
che poi basta poco, anche solo un po' di polvere.
così poco che se ne fa un caso di coscienza e si impone il veto su un fatto tanto privato quanto doloroso come la morte.
non esiste passaggio in cui l'ingerenza della chiesa di roma non si presenti pressante; è evidente che io sia particolarmente ostile a tutto ciò ma mi domando come si possa accettare che il dolore si svolga attraverso canoni prestabiliti, che si pianga secondo dettato, "cercando di evitare con la debita prudenza ogni scandalo o indifferentismo religioso" -questo recita il rito delle esequie-
quindi si può morire e anche essere bruciati ma rispettando l'etichetta: il colore delle vesti, la tavola imbandita a dovere, scegliere i testi, raccomandare il cadavere al signore. e, soprattutto, non spargere le ceneri.
no. d'altronde il mercato post mortem deve pur conservarsi fiorente.
quindi si conservino le ceneri in apposito contenitore conservato non dove si vuole ma in cimitero, perché sia chiaro che è dovuto il giusto onore al corpo dei defunti.
e se non è bruciato si onori lo stesso il cumulo di vermi che ne rimane, ché in esso è contenuto lo spirito santo.
questa immagine è splendida. colma di significati non solo perché appartiene ad uno dei film che ho più amato -e che continuo a guardare pur conoscendolo a memoria: american beauty- ma perché è talmente provocatoria che rimanere indifferenti è improbabile.
lunedì 21 settembre 2009
Senza titolo 364
io vi odio.
perché non rispettare gli animali è un delitto.
inermi, si fanno i cazzi loro e vivono per mangiare, stare insieme, zampettare, dormire.
e noi facciamo il palio.
odio le corse, odio le competizioni di animali, odio il mondo che vortica danaroso e sudato dentro i box di queste povere bestie costrette ad odiarsi e azzannarsi per soddisfare quell'impellente e schifosa attitudine umana che è la voglia di vittoria. vi odio.
coprono l'asfalto con un velo di sabbia e pretendono che i cavalli scalpitino fino ad arrivare alla fine. alla fine.
e alla fine questa volta è arrivata la cavalla n. 18, un baio bellissimo e giovane montata fino allo sfinimento. poi ecco che al terzo giro la cavalla si ferma. e cazzo, si ferma -pensa un po'- perché aveva fratturato la zampa.
che strano, eh?
vi odio.
quella povera bestia era fiera, con le orecchie tirate indietro e comunque in piedi, posando il peso del suo corpo anche su quell'arto che ormai non comandava più, spezzato.
strano, perché un pretazzo aveva sicuramente benedetto anche lei. strano. evidentemente sarà stato ché il signoreiddiovostro aveva bisogno di un cavallo.
gli umanissimi veterinari del caso l'han portata via e, sempre con immensa umanità, l'hanno abbattuta.
le hanno sparato.
io vi odio.
salire su un cavallo, starci sopra con rispetto, comprendere che non è la forza che comanda ma l'empatia, questo è troppo per voi, nevvero? e io vi odio.
imparate il sentimento della vergogna.
fate ribrezzo.
vi odio.
giovedì 10 settembre 2009
Senza titolo 361
urtata, infastidita, a volte anche incazzata.
e ho anche degli ottimi motivi per esserlo, magari buoni solo per me. ma anche no.
dell'ora di religione me ne strafotto.
credo debba essere una scelta e non un'imposizione e, soprattutto, visto che lo stato deve essere aconfessionale non deve imporre la sola religione cattolica.
e mi irrita immensamente che la romana chiesa si impunti ad interferire nell'attività legislativa e in generale in tutto ciò che è la normale gestione della vita.
ma sto divagando.
oggi è altro ciò che mi dà fastidio.
l'errore di valutazione.
ma è possibile che io mi sia sbagliata così tanto, così immensamente?
possibile che in realtà abbia scambiato qualcosa tipo un miliardo di parole -ma forse anche di più- con chi in realtà non era?
perché il problema non è l'aspettativa.
non esiste l'aspettativa, l'aspettativa genera solo danni.
il fatto è che il non-essere è imperdonabile.
anzi fa schifo.
proprio è laido.
ecco perché non lo sopporto.
be', fottiti.
domenica 23 agosto 2009
Senza titolo 358
ripenso a quella domenica mattina ogni volta che ho voglia di allontanarti da me
parole che si scontravano con parole e inutili fatti
mentre tentavi di farmi credere che fosse naturale quasi ineluttabile e chimicamente ineccepibile
mi girano intorno suoni lontani dall'essere musica
scusa scusa non lo faccio più
un inutile comportamento di pentimento sterile che si è annullato poche ore dopo
mentre ancora mi mordevi le labbra come a voler stracciare la trama del velo fra te e il desiderio
non ti passi mai per la testa d'avermi fatto una cortesia
ché il piacere è un dono a volte ricambiato e altre no
e se in quel momento mi sono inginocchiata fra te e lo specchio tenendoti strette le gambe
non significa remissione né colpa
è stato un delirio di sensi
un insensato e delizioso delirio di sensi
esplosivi
densi
venerdì 21 agosto 2009
Senza titolo 357
che ho un alto concetto di me stessa e magari non ho perso l'abitudine di guardare il resto del mondo con distacco -ma poi perché non dovrei farlo-
che non mi accontento e non mi basta mai niente, neanche le puttanate e i casini.
che quella che mi aveva detto che la mettevo in soggezione evidentemente non era l'unica.
però, perdio -anzi, cazzo!- possibile che ci sia un'omologazione latente ovunque?
c'è che sono tutti uguali. o forse solo troppo simili.
gli interessi, le scelte, le parole; addirittura lo stupore è il medesimo: come un 1984 postmoderno, meno manifesto ma non meno invasivo. butto l'amo e pesco sempre le solite scarpe.
e fernanda pivano è morta. è vero che aveva novantadue anni -spero di viverne una trentina di meno- ma era una meraviglia in questa terra. sapeva e conosceva e vedeva. io darei un bel po' di cose se potessi conoscere uno come jack kerouac, ammesso e non concesso che ne esistano altri come lui. o come jay mc inerney. o come cesare pavese, per andare in giro con lui nelle langhe.
quanta conoscenza ho appreso tramite lei. quanta ne dovrò ancora incamerare.
le traduzioni della beat avrebbero avuto un sapore diverso -lo so- se non fosse stata lei a farle.
e però l'abbiamo persa.
poi ci sono state le vacanze. quest'anno anche le vacanze al mare. un caldo della madonna mitigato dall'acqua fredda e splendida, il sole che nonostante tutto mi ha lasciato i segni sulla pelle e no, la prova costume non mi è piaciuta ma va bin parej, mi tengo.
rimane il fatto che mi sono annoiata. un pochino, almeno. perché non avevo contraddittorio, poche discussioni come se fosse implicito che io dovessi avere ragione a priori. ma anche no. e odio le persone che abbassano il capo e lo sguardo. mi annoiano. proprio mi annoiano.
dov'è l'eloquenza? dov'è quel filo di polemica che tiene bordone alla mia?
il blog dei miei ragazzi va avanti bene. oggi faremo una web conference. loro a reggio emilia ed io a torino, così conosceranno anche i miei gatti e parte della mia casa.
loro sollecitano il mio interesse. mi buttano addosso un mondo non mio ma così attinente al mio che davvero è come destreggiarmi fra campi di filo spinato e mine appena sotterrate. e io sono un rovo.
loro sono qui: thebadcompany.wordpress.com/
venerdì 7 agosto 2009
Senza titolo 356
the bad company
frequento da anni una comunità di recupero per tossicodipendenti. sono un'ospite anomala: non ho alcuna dipendenza -se non da me stessa- e ho iniziato ad andare lì perché Barbarella è operatore e adesso anche responsabile della comunità. quindi con lei ho iniziato a conoscere i "ragazzi", le loro storie, la loro vita lì e fuori da lì. vita, spesso, intesa come un eufemismo del dolore. ho visto qualcuno in crisi d'astinenza che, in pieno agosto, tremava come una foglia. ho visto sbalzi d'umore, aggressività latente, sguardi infastiditi e attratti dal mio essere femmina. mi hanno raccontato, hanno cucinato per me, mi hanno regalato la sorpresa dell'uovo di pasqua, mi hanno chiesto ascolto non giudicante.
ogni volta, da lì, io ne esco arricchita. stanca, a volte sconvolta, ma molto più piena.
la proposta
qualche mese fa con la Barbarella sono iniziate le congetture. cosa fare per stimolare il loro interesse, per evitare che i ragazzi si lascino andare dal letto alla sedia, come interloquire con loro non con il solo colloquio -strumento importantissimo, anche quando non istituzionale: per loro anche parlare con me, che volendo potrei essere intesa come "altro", è importante- ma anche ricevendo parole tramite altri mezzi, con altri modi. e così abbiamo pensato ad un blog. io ho accettato subito l'incarico, abbiamo quindi iniziato a metter giù un canovaccio di struttura. e poi...
i ragazzi
...e poi ovviamente abbiamo fatto una riunione con i ragazzi. la maggior parte di loro non ha alcuna conoscenza del web; alcuni lo hanno frequentato quasi per caso lasciandolo poi lì dov'era: altre priorità, altri interessi, altre necessità. eppure il progetto in qualche modo ha entusiasmato buona parte di loro e -lo ammetto- è stata una reazione inaspettata. abbiamo creato una sorta di comitato di redazione dando a ciascuno il compito di scrivere. sembra facile? non lo è affatto. per vergogna, incapacità, mancanza di volontà e, comunque, per quella discontinuità che fa parte integrante della vita del tossico.
la comunità
il progetto è stato quindi esposto ai responsabili i quali, ovviamente, hanno esaminato tutti gli aspetti burocratici di ciò che volevamo creare; questioni di privacy, di rispetto normativo, piccoli cavilli che da un punto di vista puramente pratico sembrano inutili ma vanno rispettati. ma, quando ho messo in rete il blog e il presidente ha detto è bello...be', la soddisfazione è stata tanta.
e in effetti è bello. al momento abbiamo pubblicato un post di presentazione. tutti gli articoli saranno scritti dai ragazzi; si sono presentati per quel che sono e certo temono il giudizio. ma quel che è sostanziale è che -nonostante lo temano- lo stanno stimolando.
perché vogliono una vita, anche loro.
perché se anche ne hanno fatto brandelli ora vogliono cercare di ricostruirla.
perché ne hanno diritto.
perché il futuro è di tutti.