venerdì 25 aprile 2008

Senza titolo 207





variazioni sul tema del nero


E' che basta poco, a volte.

Poco, per rispondere a domande reiterate tanto da diventare noiose.

Poco, per farmi ritrovare un'espressione stupita che a volte dimentico di avere.

Poco, per farmi dimenticare un sogno triste fatto di profumo di mamma e acqua in casa.

E allora approfitto del mio temporaneo stato di disordine - di cose e pensieri - per mostrare di me quel che si vede ma troppo spesso non si comprende. O si fraintende.

E  trovo spunti per un sorriso, tenuto dentro ma sentito. L'acqua in casa, mi diceva uno. Tu sei l'acqua in casa. Come dire sei un danno. E nel mio sogno, mentre inginocchiata per terra asciugavo il pavimento - cenerentola rulez - ho ricordato quelle parole e ho riso.

Sdrammatizzo il profumo che mi manca, mi alzo dal letto e vado alla piccola bottiglia di cristallo che contiene il suo profumo. Balenciaga. Fuori dal comune, come lei.
E sto meglio, la sento.

Mi piacciono i contrasti, anche quelli olfattivi. E sull'altro polso metto il mio profumo. Fuori dal comune.
E i colori, il mio nero e il suo azzurro. Il mio rosso e il suo arancio. Il mio grigio e il suo blu.

E con tutto questo - che mi compone in ogni fibra - lascio scorrere l'acqua e ricopro di agrumi la pelle intirizzita e vibrante.

Chiudo gli occhi. Apro un mondo.

 


mercoledì 23 aprile 2008

Senza titolo 206










Ti sento fra le lenzuola fresche e quando mi svegli di notte con il pensiero di te

Ti sento quando ho bisogno di fare capricci

In quel filo di insoddisfazione che mi lega le mani e libera i pensieri

Ti sento camminare sottotraccia fra brividi e paure

In carezze immaginate e parole lanciate come boomerang

E occhi che si confondono e giochi già giocati e sempre nuovi

E piccoli rimorsi che saltano fra le lentiggini giocando a nascondino

Ti sento in lampi di malinconia e profumo di tristezza

In queste mani e fra i capelli

In silenzio

Sento che ci sei



 








martedì 22 aprile 2008

Senza titolo 205




{oplà}



Oggi è primavera.

Questa è stata una giornata lievemente intollerante. Io, intollerante, lievemente.

Intolleranza sorridente. Embè?

E quindi in pausa sono andata al parco senza rischiare di scivolare giù a Po, che è ancora agitato dopo i nove giorni di pioggia.

C'è di tutto, appena esce il sole: zingari che s'accampano sotto gli alberi, lucertole affacciate fra i fili d'erba, signori e signore in preda a vampate di calore che già scorrazzano mezzi nudi neanche fosse luglio; i giardinieri tosano l'erba e io mi riempio del profumo della terra bagnata.

E' bello, oggi, e mi serve che sia così.

Che poi ho passato una notte agitata, dormito qualcosa simile a niente separato da pensieri truci e mezzi sogni tristi - ma gliel'ho detto: dai, ora è finita, non ci pensiamo più mutter - e piccole preoccupazioni che stamattina sono scoppiate come bolle di sapone.

Fra mille colori, mille sapori - e fiumi di latte e miele? anche. ecco -

Poi va be', rientro in ufficio.
Leggo e scrivo e faccio la maestrina - no, non siamo dalla stessa parte: tu sei dall'altra parte della scrivania, e vai a capire cosa sia più comodo -

E ci penso, ci penso e ci penso.

E più ci penso più mi piace.


Ecco.



lunedì 21 aprile 2008

Senza titolo 204





*babylight*


Smorfiosetta e mezza nuda.

In fondo non sono cambiata molto, da allora. Sì, in chili e centimetri, ovviamente.

Ma ricordo cose che non mi piacevano e non mi piacciono a tutt'oggi, e altre che invece adoravo e ancora adoro.

Non dormivo mai.
Facevo piccoli sonni a rate e passavo il resto del tempo a passeggiare per casa e a fare dialoghi a più voci, neanche fossi stata Bess Mc Neill. Lo facevo soprattutto per svegliare mia mamma, lo ammetto. Per rompere un po' le balle, insomma. Per me è una vocazione.

A cinque anni volevo fare la suora - mio fratello l'indiano, per disotterrare l'ascia di guerra... - poi subito dopo l'assistente di volo.
Neanche a dirlo non ho fatto nessuna di queste due attività: le suore ho iniziato a odiarle dopo il primo giorno di asilo (ne ho fatto un paio di mesi, e non posso pensare alla quantità mostruosa di bastoncini di pesce che m'avevan propinato in quel periodo) e l'assistente di volo...mah, diceva mio padre che ero poco alta per farlo: mi misurava posandomi sulle piastrelle della cucina, e ancora rido a vedere me stessa appiccicata al muro, a ricordare gli strani modi di misurazione di mio padre. Per esempio, misurava la lunghezza delle cosce a palmi. Va be', fantastico. Solo lui.

Passavo ore davanti ad un piatto di tagliatelle.
La tecnica era quella di prendermi per stanchezza: dopo tre ore davanti ad un piatto di quella roba piatta - visto il mio rifiuto - me lo si propinava anche per  cena. E rimaneva ancora lì. Io in silenzio e a digiuno. Ancora oggi mi fa schifo la pasta piatta e liscia, mi chiedo come si possano mangiare le ruote e le trenette e le bavette e le reginette e le farfallette. Che schifo.

Ho sempre avuto paura del dolore fisico.
Ricordo una fetta di pane burro e marmellata mangiata d'estate, al mare; i baffi di ciliegia avevano attratto una vespa (maledetta!) che mi punse sul labbro. Ho pianto per tre giorni.
O quando avevo un graffio sul petto - non avevo ancora il seno, mi spiace - e un mio amichetto mi ci posò su una cavalletta, dicendomi che la ferita sarebbe guarita subito. Quella puttana di cavalletta - attratta credo dal sapore del sangue - iniziò a strusciare le zampe sulla mia ferita e l'amichetto in questione non voleva togliermela e io piangevo e sanguinavo. Odio quello lì e anche le cavallette.


Piccole cose, hai presente?
Eppure le rivedo in me in metafora, allusione, iperbole, climax.




venerdì 18 aprile 2008

Senza titolo 203





presence of mind



l'attenzione su me stessa

l'attenzione per me stessa

è che una preposizione semplice cambia drasticamente il senso di una frase

come mi vedono gli altri e come mi vedo io

e solo quando questi due modi sono non identici ma congruenti e combacianti allora è naturale che le barriere si frantumino

così succede che in una serata di pioggia come questa io mi senta condivisa nonostante tutto

e le voci che mi arrivano non sono solo suoni ma sensazioni articolate e la soddisfazione che sento in altri è  anche soddisfazione mia

e parlare di sorprese e di fate risveglia e fa sublimare il sorriso tenero e raro che conservo per le occasioni speciali





io so come si faccia ad affrontare a muso duro le maree

so come alternare la forza e la fragilità evitando di spezzarmi

e so che devo imparare ancora e di nuovo a colmare anche qui dentro il vuoto dell'assenza

rivestendo di tendini  carne e sangue questa struttura vacillante

usando a mio piacimento quello che mi viene offerto



smettendo di credere di bastare a me stessa

con l'attenzione su me stessa e per me stessa


giovedì 17 aprile 2008

Senza titolo 202






Tu mi piaci così come sei.


Di te non cambierei niente.


Mi piace come sei e come ti porgi a me. Mi piace il tuo essere presente e pressante a volte, sfuggente altre. Mi piace il modulo della tua voce e quel sorriso che sento fra i tuoi denti e la lingua.

Mi piacciono le parole che mi dici anche quando non mi riguardano, sentirti parlare mi da sollievo e anche sentire la tua ansia d'espressione. E io che parlo e parlo e mi pare di non ascoltarti mai abbastanza, ma ti sento, lo sai che ti sento.

Mi piace il tuo esserci e il tuo domandare, il tuo entrare senza chiedere permesso; il modo di pensare dopo alle cose che dici, così simile al mio. La tua spontaneità, il tuo buttarti avanti e riportarti indietro così velocemente da lasciarmi a bocca aperta. E, anche questo, così frequente in me.

Mi piace che tu riesca a stupirmi, a farmi scappare un sorriso imbarazzato prima di rispondere alle tue parole.

Mi piaci perché mi fai ridere, e mi fai riflettere. E mi fai pensare a giorni che verranno, di cui non so.



E sai cosa c'è di bello in tutto questo?

L'assoluta inconsistenza, la materia impalpabile, i suoni che colpiscono alle spalle, il colore che cola davanti agli occhi, il niente in mano.

E mi piace.









mercoledì 16 aprile 2008

Senza titolo 201



•hand in glove•



Quante  volte le mie mani hanno parlato.

Con una carezza, che per me non è semplice. Combattuta fra la voglia di farla e il timore di piangere, perché è ciò che mi succede quando mi lascio andare.

Quando vanno a nascondere il mio viso se sento il rossore arrivare, infido e improvviso, o quando si posano sulle labbra a coprire un sorriso o un'espressione di stupore.

E nascondere gli occhi e scacciare la malinconia con un solo gesto, sapendo di metterla solo da parte.

Sanno conservare i segreti e i sogni. Forse fin troppo. Ma è bene così.

Oggi va così, sottotono. Poi passa.