venerdì 29 febbraio 2008

lunedì 25 febbraio 2008

Senza titolo 174





•vedi, io non so se sia possibile uscirne puliti. so però che di vita ci si sporca, o non si vive•







E capita che a volte le parole non abbiano bisogno di pensieri, come se fossero lì pronte a cogliere l'attimo per riversarsi fuori.



E stillano il succo condensato  e le  sento sbattermi dentro senza alcuna reazione uguale o contraria,



 godendo di quel movimento scomposto e incontrollato e senza respiro.





Parole.







venerdì 22 febbraio 2008

Senza titolo 173

         le cose che non ti ho detto



sono state tante, forse più di quante tu stesso immagini

piccole reticenze, timori, segreti conservati per un giorno che forse non sarà mai

ho mille cose che mi parlano di te in queste stanze in cui impalpabile sei presente

impronte sui muri, rumore di sedie sistemate ad arte, mani che cercano e trovano

frammenti di parole soffiate all'orecchio

persone che osservano

sorrisi semplici che anticipano il rossore sul viso

ho frainteso il significato, forse

forse lo hai frainteso tu

nessun rancore, nessun rimorso, nessun rimpianto

mercoledì 20 febbraio 2008

Senza titolo 172




...sai,
quando rimani così a pensare a quel che avrebbe potuto essere e invece chissà come non è,
o meglio è diverso,
solo diverso,
molto diverso,
e non sai cosa sia meglio,
e ti domandi:
ma io, cosa voglio?



{ti osservo mentre scivoli
come un ragnetto
che tenta di arrampicarsi
sulla parete della vasca}


lunedì 18 febbraio 2008

Senza titolo 171






E capita che le distanze non si esprimano più in numeri ma in sensazioni.

In quel momento - in quel preciso stato di sogno - l'alterazione percettiva permette di sentir vicino chi fisicamente non lo è, distante chi con un soffio si potrebbe raggiungere.

Si allungano tentacoli fuori dalla portata razionale, vibrisse che si tendono all'infinito, mani calde che hanno il potere - come una carezza - di far scendere lacrime non volute ma necessarie.

E io mi sciolgo in cristalli di ghiaccio che formano una pozza ai miei piedi. Calor bianco che lascia posto a flussi che si confondono, fra quel che do e quel che mi si da.

Senza misura allargo il mio abbraccio e lascio che comprenda le poche, pochissime persone a cui tengo e dalle quali a volte mi tengo a distanza. E nello stesso modo lascio che mi si abbracci, mi si stringa forte e mi si conforti. Accetto, chiudendo le ceneri dell'orgoglio sciocco in una teca.

Tepore.
*lo so che vuoi proteggerti*
*ti voglio bene e mi manchi, e questo non mi piace*
*ma c'è qualcuno che ti sta vicino?*
*sai che sono sola*
{silenzio}
*lo so amichetta, lo so. Purtroppo*
*brava la piccolina, adesso sei quasi una signorinella*
*un bacio*
*buon lavoro cocca*
{mi manchi, mutter}

E così, scomposta e un po' sfranta, lascio che questa giornata mi si posi addosso come una copertina di velluto leggero. E malinconica ti sorrido.

Ti voglio bene.



sabato 16 febbraio 2008

Senza titolo 170





Anche questo è amore.




Detesto rientrare a casa facendo questa strada.


Preferirei passare sul lungo fiume, in silenzio sentire solo il rumore dei miei tacchi sulla terra, sull'asfalto, sull'erba. Ma. Ma questo non è possibile o meglio lo sarebbe se avessi voglia di correre dei rischi non teorici: l'ultima volta che l'ho fatto – ed era estate – un gruppo di esseri non meglio identificati mi avevano detto che mi avrebbero stesa per terra come le strisce pedonali.


Non è stata una bella immagine, anche se mi è scappato da ridere.


E quindi mi ritrovo a passare da qui, in mezzo a questi palazzi color sabbia con decorazioni verdi, piastrelle simil-mosaico pretenziosette, disegni di segni zodiacali che mi chiedo cosa volessero rappresentare, negli anni cinquanta: affidarsi agli astri dopo il bombardamento? Insanità mentale postbellica? Case Fiat. Le case del respiro operaio, del miracolo italiano, del benessere. Il benessere postbellico e preconcettuale.


Passi, comunque, anche tutto questo: voglio arrivare a casa.


Le luci accese. Ho dimenticato le luci accese? Intendo nutrire con le mie già scarse finanze le fauci dell'azienda metropolitana de La Luce? Oh no.


No.


Tu sei lì, a casa mia; e mentre allungo il passo per raggiungere il portone e fiondarmi su lo immagino seduto sul divano, forse musica forse televisione a usare le mie cose come fossero le sue senza sentire mai il bisogno di chiedermi il permesso.


E questo lo detesto.


Apro la porta e rimango in silenzio, in questa penombra d'ingresso che pare irreale. Non fa rumore neanche l'aria smossa dalla porta aperta.


Percepisco un attimo di solitudine immensa pensando all'irritazione che mi avrebbe dato trovarlo a casa e la delusione per non averlo trovato. Gesti meccanici mi portano fino alla camera da letto. Sfilo il cappotto buttandolo sul letto e sollevo la tapparella per fare entrare un filo di luce che i lampioni riescono a fare arrivare qua su.


Guardo la strada che adesso pare silenziosa, percorsa da piccole formiche a quattro ruote o a due zampe, innocue formiche multicolor che per oggi ho cancellato dalla mia esistenza.


Due mani posate sui miei fianchi. Due mani non mie raccolgono un brivido intenso saturo di terrore. Non riesco a realizzare la qualità di questa paura, non faccio in tempo. Voglio girare la testa e guardarmi indietro, provo a costringere le corde vocali a vibrare in un urlo ma il fiato è spezzato.


Mi sbatte sul letto e lo vedo. No, lo intuisco.




  • Sei uno stronzo! - e istintivamente cerco di mettermi seduta cercando di riprendermi l'anima che per un attimo ho sentito sfuggirmi di mano mentre un fiume di parole in piena mi allaga la bocca pronta a inondare la stanza di rabbia e veleno.




Mi posa con forza la mano sulla bocca, sento sulla lingua il vago sapore metallico del sangue e ancora cerco di sollevarmi prima che il suo peso mi si cali addosso. Stringo le gambe e poggio gli stivali contro lo specchio dell'armadio, irrigidendomi sperando di respingerlo. Lo conosco tanto bene da non poter realizzare in lui questa azione.




  • Ora stai zitta, non voglio sentirti dire niente. Per una volta fai silenzio perché non ho intenzione di ascoltare una sola parola – la voce spezzata fra una parola e l'altra come a darmi il tempo di realizzare esattamente cosa stia succedendo – Dimmi che hai capito, dimmi di sì e non dire altro -




Lo fisso negli occhi cercando di interpretare il suo tono, voglio cercare un'inflessione scherzosa in quelle parole ruvide e inattese ma mi distraggo a seguire i movimenti della sua mano sul mio corpo, la gonna che si solleva accartocciandosi sui miei fianchi e i bottoni della camicia che scoppiano mentre arcuo la schiena tentando di levarmelo da dosso. Accenno un sì con la testa e un perché con gli occhi a cui lui non da alcuna risposta mentre ancora con la mano libera forza le mie gambe per allargarle. Faccio resistenza e per un momento pare desistere, “forse ho vinto, coglione” penso mentre sento il suo movimento pieno sulla mia pancia, inequivocabilmente eccitato. Con forza mi tira giù le mutandine fottendosene del mio sguardo incredulo. Mi si struscia addosso facendo maggiore frizione, il suo peso mi fa abbassare le gambe; le mie mani, fino a quel momento incredibilmente inattive, lo spingono verso l'alto ma è un movimento inutile. Si sbottona i jeans trascinandoli sulla pelle delle mie gambe e incunea le sue fra le mie costringendomi a divaricarle. E' un attimo. E' angoscia.




  • Lasciami fare, lasciami fare che è meglio – rauco, arrabbiato – e evita di urlare adesso. Non voglio sentirti, non costringermi a farti male.




A farmi male, penso. Non può farmi male una persona con la quale ho fatto l'amore una quantità di volte innumerevole. Ma sudo e ho le mani fredde, le sento.


Non tenta neanche di baciarmi, non mi accarezza, non c'è tenerezza. In un attimo mi è dentro. Mi scopa. Contratto, veloce e violento. Sento i suoi denti attraversare la stoffa della camicia sulla mia spalla, le sue dita stringermi le labbra, il suo movimento sincopato, ritmico, lungo, pieno. E gode in un ringhio sentito mille volte mentre spinge ancora con impeto, mentre sibila “troia” sul mio collo, mentre rimango ad occhi sbarrati a sentire i suoi fiotti.



giovedì 14 febbraio 2008

Senza titolo 169





Sapore tenero di cosa buona.




Che oggi a mettere qualcosa di rosso si rischia.


Oggi il mondo sarà tutto rosso: fiocchi rossi, biglietti rossi, mutande rosse, rose rosse - accompagnate di tanto in tanto da una blu, che fa figo - e parole rosa, oddioquantotiamo. Oggi.


Ci si porta a cena, ci si lecca i capelli e si indossa il vestitino della festa e le mutande buone - che oggi non si sa mai, se fa il buono gliela do! - che oggi non si sa mai, se è bona gliela prendo - e son sorrisi e baci e carezze e perdoni. E non ne parliamo.


Oh che tremenda sfortuna essere zitella, oggi! Ah qual male posso aver fatto in vita per meritarmi cotanta solitudine affettiva!


Ma vuoi mettere le fragole?
Basta accendere un mutuo e oggi puoi portare a casa fragole, ciliege, frutti rossi a volontà.
Da riempirtene la bocca e gli occhi.
Affondi gli incisivi e lasci colare sulle labbra quel sangue di frutta fresca.
Lecchi ogni stilla posata sulle labbra.
Ne assapori il nettare, il vellutato gusto che dal dolce passa all'aspro.
Te le godi. Tutte.


Con quel che costano. Non disperdere il seme.