e poi, la notte
la bellezza dei temporali estivi è che arrivano all'improvviso
colgono di sorpresa
le nuvole arrivano veloci, in silenzio coprono il sole facendo aumentare il calore
il vento, d'un tratto
e poi giù tutto
e ancora silenzio
e poi, la notte
la bellezza dei temporali estivi è che arrivano all'improvviso
colgono di sorpresa
le nuvole arrivano veloci, in silenzio coprono il sole facendo aumentare il calore
il vento, d'un tratto
e poi giù tutto
e ancora silenzio
variazioni sul tema
essendo oggi già domani, sono ufficialmente in ferie.
sì va be', questa settimana sono "a disposizione", nel senso che ovviamente venerdì alla mezza un'urgenza urgentissima con attori fuori dall'ordinario -e parlo di ad e dg- mi hanno...convinta a spandere per mezza azienda il mio numero di cellulare *privato*.
neanche a dirlo: spero che non mi chiami nessuno
ché alla salute ci tengo
un po'
poi c'è che ho fatto una cena della madonna
ma proprio buonissima
tutto ottimo
c'è che sono proprio brava, niente da dire
poi ho accompagnato gli ospiti alla porta che loro sì, loro domani lavorano. loro. not me.
barbarella mi ha dato delle notizie per niente piacevoli: uno ha abbandonato, due sono rientrati in carcere, uno è stato espulso.
l'estate fa male, l'ho sempre detto.
martedì andrò a prendere un po' di caldo nella bassa reggiana, ché hanno bisogno di me e io ho bisogno di parlare con loro.
e lei è stanca
e ha bisogno di parlare
e di robe da femmine
e di ristorante jap fino alla nausea
e io ci sono
[mi sono ricordata di te. non che in genere non me ne ricordi. lo sai. però ancora una volta ho detto di quell'amore che non passa mai mai e poi mai. e mi piace. mi riempie la bocca. non ostante tutto]
the bad company
la dimensione del sogno, ecco cosa è stato.
vedere quelle espressioni di attesa nervosa, cauta e forse anche un po' impaurita
sentirne le voci, o i silenzi, o i sospiri
avere tatto senza mani e vista senza occhi
tirare giù le paratie
lasciarsi e prendersi e mischiarsi
questo è stato il clima di quel venerdì iniziato giorni prima, fra bambole cucite a mano -perché un tossico che usa l'ago per cucire e non per farsi è grandioso, davvero- e clown che non avevano bisogno del trucco per strappare un sorriso.
fra famiglie che finalmente ritrovavano figli e mariti e padri come se fosse un giorno normale proprio dove la normalità è fuori norma, un giorno in cui ci si tocca e ci si abbraccia senza timore d'essere fraintesi e si mangia tutti insieme.
e si scambia conoscenza e dolcezza, terrore nascosto in qualche sguardo, speranza, voglia di esserci anche domani -ché domani non è mai certo quando è la spada ciò che si ha sempre in mente- e parole, infinite parole, date a sconosciuti solo perché si è lì e si condivide.
ho parlato con una madre
ho parlato con una moglie
ho parlato di dolore con il sorriso sulle labbra e gli occhi lucidi
ho ballato con i miei ragazzi, che miei non sono ma anche sì
ho cantato e mi sono stesa con loro sul prato
fianco a fianco
a guardare il cielo nero
illuminato da dentro
return to the past
io non ho mai lavorato in fabbrica
vivo in una città che per anni è stata identificata con la struttura industriale più grande d'italia -e non a torto, fino a qualche anno fa- e da questa idea comune ha avuto più difficoltà che onori.
ancora c'è chi è convinto che torino sia una città grigia e connotata da agglomerati industriali, fatta di persone chine e introverse, ignorando spesso con presupponente spocchia la storia della città, la presenza di castelli e di parchi, la bellezza del barocco e la particolarità dei suoi corsi, tanto per elencare qualche particolare.
eppure non si può non accettare il fatto che qui ci sia -anche- la fiat.
non ho mai lavorato in fabbrica né ci sono mai entrata, in una fabbrica attiva.
l'unica catena che abbia mai visto è stata quella di una vecchia fabbrica tessile di san maurizio canavese, peraltro bellissima con i suoi filatoi e telai e torcitori e navette di legno, e i soffitti altissimi con le travature a vista.
non sono mai stata in fabbrica ma sento il fiato della fiat ovunque.
lo stabilimento di mirafiori è grande come una piccola città. non sembra vera, ci si rende conto della sua enormità solo guardandola dall'alto. non c'è un ingresso, ce ne sono tanti. e non si chiamano ingressi, si chiamano cancelli.
la direzione è qui ad un passo da casa mia, così come la rampa elicoidale che porta alla pista sopraelevata.
la mia azienda era permeata dalla presenza della fiat, prima dell'avvento dei cavalieri bianchi.
cosa rimane di questa pseudo potenza economica che come una piovra si è sparsa per l'italia e nel mondo cogliendo qui e lì le opportunità migliori per acquisire contributi, ovvero soldi, soldi nostri, soldi di tutti, soldi anche degli operai ed impiegati che ci lavorano?
rimane un accordo vergognoso.
un vigliacco compromesso che ha il sapore del ricatto al quale -gioco forza- troppi lavoratori dovranno dire sì.
e, per far vedere subito chi sia il padrone -da le bele braghe bianche- licenzia oggi un sindacalista fiom con l'accusa di aver "indebitamente utilizzato l'email aziendale".
fischia il vento...
salvation
quando i numeri riescono a sovrastare le parole
e quando leggere accordi e contratti sottrae tempo ai libri e alle lettere
quando scrivere in termini ufficiali gioco forza mi ruba la voglia di scrivere di me e di te e di chi ho dentro
è il segno dei tempi
ci vuole il distacco
sono stanca di quasi tutto, insofferente e a tratti scostante
insoddisfatta, anche, e poche cose riescono a coinvolgermi
così poche che ne faccio tesoro
me le tengo strette come stringo i miei gattini
uno in più, amore in più
e la agnese, la vecchina più vanitosa e tenera che conosca
mi tengo stretta, nel frattempo
allontanando da me tutto ciò che cerca di entrare nel mio spazio più privato
con la delicatezza di un panzer
convinto di tirar giù le barricate con le bombe e non a mani nude
sei fuori strada
io vado per la mia
della consapevolezza e altre virtù
ho letto parole che mi sono piaciute molto, oggi.
parole di una donna che piano sta chiudendo un cerchio, piano ne aprirà un altro, ma nel frattempo si riprende tutto ciò che è suo e ricomincia a sorridere.
sorride e sputa
sputa e sorride
conoscere la fatica di non lasciarsi andare alla necessità di piangersi addosso mi ha facilitato la vicinanza e la comprensione di ogni piccola sfaccettatura, ché in fondo l'esperienza condivisa seppur diversa crea un filo sottile che difficilmente si nota ma -quando diventa evidente- ancor più difficilmente si spezza.
e mi accusa di aver sempre ragione.
mi chiama perfettina del cazzo. e a me viene da ridere perché da un certo punto di vista è vero che sono una perfettina del cazzo e però detesto la perfezione e anche avere sempre ragione.
e anche su questo si ride, di quel riso dal sapore malinconico ma pieno, vero. pulito.
c'è che ogni tanto mi capita di parlare di una persona, portandola -guarda un po' che caso- sempre ad esempio del classico cretinetti da due soldi che riesce ad intortare riuscendo a muovere la leva delle fragilità più fragili, abbassando quel tanto che basta la soglia di difesa per insinuarsi come una larva innocua e scavare, scavare.
e no, non ci fa una bella figura, neanche nei miei ricordi.
e poi c'è lui. c'è sempre.