mercoledì 10 settembre 2008

Senza titolo 264





L'obiettivo è: scoprire da dove veniamo, come veniamo, perché veniamo.

Anche quando, volendo.

Insomma oggi è iniziato LHC: Large Hadron  Collider. Quella cosa CHE NON SI VEDE che fa girare cose CHE NON SI VEDONO sotto terra e che, fra un anno, dovrà iniziare a dare risultati che NON SI VEDRANNO.

Per meglio comprendere: The Large Hadron Collider (LHC) is a gigantic scientific instrument near Geneva, where it spans the border between Switzerland and France about 100 m underground. It is a particle accelerator used by physicists to study the smallest known particles – the fundamental building blocks of all things. It will revolutionise our understanding, from the minuscule world deep within atoms to the vastness of the Universe.


Va be', dettagli. Anche i costi per la comunità internazionale, dettagli.

Rimane il fatto che in questo anello di ventisette chilometri che gira in Svizzera ad un passo da me sono riposte le più incredibili speranze scientifiche e i più grandi timori.

Il buco nero. Io mainellavita riuscirò a capire cosa sia.
E non perché nessuno me lo abbia spiegato  ma proprio perché per me è inesistente.
La materia, l'antimateria.
Proprio non ce la faccio a regalare sinapsi per comprendere cose che in effetti nessuno mi potrà in pratica dimostrare.

A meno che...

A meno che, a forza di far girare i protoni in circolo e farli scontrare l'uno contro l'altro, non si crei questo niente che ingoi tutto: il CERN, i fisici, la Svizzera e anche Torino. Poi, in seconda istanza, l'intero universo.

Allora ci crederò.

Crederò al niente, al vuoto cosmico.

E anche -forse- alle cazzate che di tanto in tanto mi vengono dette.



domenica 7 settembre 2008

Senza titolo 263





»so close to myself«


E poi non so ancora quanto valga la pena chiarire certi fatti.

Sì, in senso generale è sempre utile. Ma troppo spesso chiarire, esporre un concetto rischia di creare maggiori malintesi.

Rischia di ferire.

E forse oggi è successo.

E mi spiace.

Perché  io ho imparato a domare l'emozione che non si vede -quella del dolore che non fa contrarre il volto- e non tengo conto che altri non abbiano la mia stessa capacità -una capacità del cazzo, sia chiaro, ma me la tengo-


E così rimango.

Sospesa.

In silenzio.





venerdì 5 settembre 2008

Senza titolo 262





Fisso ipotetici punti fermi, così fermi che si spostano ogni volta  che distolgo lo sguardo.
Come se non volessero sparire dal mio campo visivo si ripropongono agli occhi.

E ai sensi. Soprattutto.

E' tutto come se.

Come se.

Come. Se.





Ci sono occhi che non percepiscono il movimento rapido.

Occhi come ciechi, abbacinati.

Sguardi inutili, non atti a cogliere l'imprevisto.

Mi ritrovo con me stessa in situazioni analoghe a quelle già vissute, con le medesime contraddizioni trattate con sempre minore indulgenza.

Mi ritrovo a sorridermi con la mano levata, pronta a scudisciare ogni tentennamento.

Accetto che ci sia l'ineluttabile dato da una scelta non di altri, ma solo di una me che si diverta a confondermi. E questo mi fa sorridere.

E guarda, puoi anche provare a cambiarmi.

Ma dubito tu possa riuscirci.

Il patto è: prendere o lasciare.

Ma prima dimmi: cosa vedi, tu, in quel movimento rapido?

lunedì 1 settembre 2008

Senza titolo 261




ricordo perfettamente le parole di un anno fa
e ricordo esattamente lo stato d'animo
e quella sensazione di ansia bella
il calore che mi saliva addosso
il sapore di desiderio
e il sogno
b
i
t
t
e
r







 



 


sabato 30 agosto 2008

Senza titolo 260





{un peso lieve}



Sopporto a fatica questo caldo che ancora non accenna ad andare via.

Stamattina il termometro per strada segnava 34 gradi e no, non è normale che a Torino a fine Agosto ci sia ancora questa temperatura; l'anno scorso avevo già la trapunta, a letto.

Insomma sono insofferente, ma so che sarà un fastidio solo più temporaneo, oramai, ché una di queste mattine mi risveglierò con le spalle ghiacciate (ah, un torinesismo: solo più).

Al caldo aggiungo poi qualche altra noia, tanto per non farmi mancare niente: il ferro da stiro mi si è bruciato in mano -e va be' che era acceso da ore, secondo me si è spaventato quando ha visto la pila di roba da sistemare- e il router  dev'essere offeso con l'hag. Si parlano a rate. A pacchetti. E io devo passare la giornata a fare reboot  -oltre che a tirare giù tutti i santi-

Ovviamente il ferro l'ho comprato nuovo e per il router ho dovuto fare una pratica assurda online (online... ho dovuto supplicare in cirillico che durante l'invio del modulo non decidesse di disconnettermi dalla rete, e ce l'ho fatta).

Poi al solito, no?

Comportamenti stupidi, noiosi, che faccio fatica a sopportare e proprio per questo me ne tengo lontana.

Parole rarefatte e setacciate; a volte solo parole di circostanza, ma devo essere di buon umore. In caso contrario è meglio che taccia.


Sento la mancanza di qualcosa.
Anzi tante cose, che singolarmente ho perché le cerco o me le offrono o semplicemente le ho dentro.  Quello che mi manca è un riassunto di tutto questo.
Come un contenitore in cui poter mischiare sensazioni e immergere i pensieri e i desideri.

La nota positiva è che non manco a me stessa.
Senza indulgenza e mai abbastanza riesco comunque ad essermi presente.
Ad essere come sono senza piegarmi a quel che si vorrebbe da me.
Nonostante  i pensieri che si rincorrono. 
Fra ostacoli che supero  ad occhi chiusi per non essere sopraffatta dalla paura.
Con la certezza di essere l'unica, nonostante tutto, ad avere il dovere di prendermi cura di me.

Tutto il resto è aleatorio.



Ora vado a stendere la tristezza al sole: vedrai che in poco tempo muore.

Io mi mischio con l'acqua. Fredda, of course.





mercoledì 27 agosto 2008

Senza titolo 259




♦stand clear♦


Ho l'umore altalenante.

Direi tendente al cupo, se non fosse per tutta la luce che mi ha riempito casa, oggi.

Dopo giorni di impegni e di fiato corto, senza un briciolo di tempo da dedicarmi se non quello rubato in acqua o al sonno, il ritmo si allenta e l'umore si spezza.

Sto facendo una cosa che vorrei mi passasse inosservata, quasi indolore; l'essere impegnata è un modo per farmi pensare ad altro. Mi pesa infinitamente. Non so neanche perché lo stia facendo. La motivazione, razionalmente, è validissima; però io non so quanto crederci.

Può essere, semplicemente, che non me ne strafotta niente.

Oppure, ancora una volta, può essere che dimostri a me stessa di essere tanto brava nel fare le cose da sola. Ah, che culo. Va be'. A l'è parej.

Insomma umore altalenante tendente al cupo che prevede anche una sottilissima linea di demarcazione fra la razionalità -che mi dice lascia perdere- e l'aggressività -che istiga a mordere al collo al fine di abbattere i deficienti-

Io ho ribrezzo verso le persone che strisciano. In ogni caso credo che sia un dovere conservare dignità e rispetto. Se anche dovessi perdonare qualcuno per un torto grave -ma non abbiate pena: generalmente non perdono perché non mi incazzo: vi cancello proprio- non tollererei che  si prostrasse.

Dignità, orgoglio, rispetto verso se stessi.


Specularmente tutto viene offerto al prossimo, che non è mai uno a caso.

Tipo l'amore, hai presente? Non puoi amare nessuno più di quanto ami te stesso.







domenica 24 agosto 2008

Senza titolo 258





E così è fatta.

Giorni di frenesia e sudore, capelli bagnati e magliette macchiate di vernice; giorni passati a scrostarmi il viola di dosso fino ad arrossarmi la pelle, a togliermi la stanchezza che mi colava addosso e non mi faceva dormire nonostante tutto.

E' fatta. E' viola.

Ora piccole cose odiose: sistemare i cavi dello stereo che paiono essersi moltiplicati -io odio i cavi, i fili, i chiodi, i tasselli, io odio molto in questi giorni- togliere la pittura colata ovunque e conservare qualunque cosa. Sistemare qualche centinaia di libri giacenti sul parquet in camera da letto.

Ieri, dopo una settimana di tour de force, mi sono concessa una cena jap.

Solo sushi, nient'altro; nel frattempo perdevo gli occhi sulle coppie di giovani uomini e donne del secolo scorso che -appesantiti e imbiancati dal tempo, ma con l'anima fresca- ballavano mazurke e alligalli in piazza, fuori dal locale. Sorridevano, loro.
I movimenti non più elastici, girovita in eccesso, occhi spenti dalla miopia eppure si davano alle note di una bionda platinata vestita da messicana che dal palchetto tirava le fila di una serata diversa, per loro.

Ogni tanto mi scappava un sorriso.

La persona con la quale ho condiviso gran parte della mia vita passata che raccoglieva i noodles con le bacchette; io gli dico che la civiltà ha fatto sì che si inventassero le forchette; una birra Sapporo a placare lo sfrigolio del wasabi nelle narici; odore di pesce nelle mani -ma come è possibile?-

E poi il gelato.
E poi a casa il caffe.
E poi grazie d'avere insistito per tirarmi fuori da casa.

E poi è passato un anno da quando è andato via e quando lo guardo lo sento mio fratello. Sui generis, ma niente altro che un fratello. E gli voglio bene per come è, per come si perde guardando questa casa che era anche sua, rinnovata e fresca di me.

Senza nessuna voglia di tornare indietro ma anche senza la paura di guardare il passato con sguardo tenero e delicato, scevro di rancore, pulito.
Ci prendiamo un po' in giro mentre il dvd passa The Cult in concerto. Dimmi tu come potevi amare loro e i Kiss. Sput. E lui accenna un sorriso, glielo avrò chiesto un migliaio di volte in dieci anni passati insieme. Liberiamo dalle fameliche attenzioni dei gattini una coccinella entrata in casa. Oggi le comiche.

Passa così la mia prima giornata di libertà da me stessa in versione kapo.



E la notte scorre fuori e in un sonno di poche ore.

E mi risveglio pensando che oggi è il 24.

E ho un pensiero attaccato addosso, le tue prime parole per me: puoi fare di me ciò che vuoi.


Ma questa è un'altra storia.