sabato 30 agosto 2008

Senza titolo 260





{un peso lieve}



Sopporto a fatica questo caldo che ancora non accenna ad andare via.

Stamattina il termometro per strada segnava 34 gradi e no, non è normale che a Torino a fine Agosto ci sia ancora questa temperatura; l'anno scorso avevo già la trapunta, a letto.

Insomma sono insofferente, ma so che sarà un fastidio solo più temporaneo, oramai, ché una di queste mattine mi risveglierò con le spalle ghiacciate (ah, un torinesismo: solo più).

Al caldo aggiungo poi qualche altra noia, tanto per non farmi mancare niente: il ferro da stiro mi si è bruciato in mano -e va be' che era acceso da ore, secondo me si è spaventato quando ha visto la pila di roba da sistemare- e il router  dev'essere offeso con l'hag. Si parlano a rate. A pacchetti. E io devo passare la giornata a fare reboot  -oltre che a tirare giù tutti i santi-

Ovviamente il ferro l'ho comprato nuovo e per il router ho dovuto fare una pratica assurda online (online... ho dovuto supplicare in cirillico che durante l'invio del modulo non decidesse di disconnettermi dalla rete, e ce l'ho fatta).

Poi al solito, no?

Comportamenti stupidi, noiosi, che faccio fatica a sopportare e proprio per questo me ne tengo lontana.

Parole rarefatte e setacciate; a volte solo parole di circostanza, ma devo essere di buon umore. In caso contrario è meglio che taccia.


Sento la mancanza di qualcosa.
Anzi tante cose, che singolarmente ho perché le cerco o me le offrono o semplicemente le ho dentro.  Quello che mi manca è un riassunto di tutto questo.
Come un contenitore in cui poter mischiare sensazioni e immergere i pensieri e i desideri.

La nota positiva è che non manco a me stessa.
Senza indulgenza e mai abbastanza riesco comunque ad essermi presente.
Ad essere come sono senza piegarmi a quel che si vorrebbe da me.
Nonostante  i pensieri che si rincorrono. 
Fra ostacoli che supero  ad occhi chiusi per non essere sopraffatta dalla paura.
Con la certezza di essere l'unica, nonostante tutto, ad avere il dovere di prendermi cura di me.

Tutto il resto è aleatorio.



Ora vado a stendere la tristezza al sole: vedrai che in poco tempo muore.

Io mi mischio con l'acqua. Fredda, of course.





mercoledì 27 agosto 2008

Senza titolo 259




♦stand clear♦


Ho l'umore altalenante.

Direi tendente al cupo, se non fosse per tutta la luce che mi ha riempito casa, oggi.

Dopo giorni di impegni e di fiato corto, senza un briciolo di tempo da dedicarmi se non quello rubato in acqua o al sonno, il ritmo si allenta e l'umore si spezza.

Sto facendo una cosa che vorrei mi passasse inosservata, quasi indolore; l'essere impegnata è un modo per farmi pensare ad altro. Mi pesa infinitamente. Non so neanche perché lo stia facendo. La motivazione, razionalmente, è validissima; però io non so quanto crederci.

Può essere, semplicemente, che non me ne strafotta niente.

Oppure, ancora una volta, può essere che dimostri a me stessa di essere tanto brava nel fare le cose da sola. Ah, che culo. Va be'. A l'è parej.

Insomma umore altalenante tendente al cupo che prevede anche una sottilissima linea di demarcazione fra la razionalità -che mi dice lascia perdere- e l'aggressività -che istiga a mordere al collo al fine di abbattere i deficienti-

Io ho ribrezzo verso le persone che strisciano. In ogni caso credo che sia un dovere conservare dignità e rispetto. Se anche dovessi perdonare qualcuno per un torto grave -ma non abbiate pena: generalmente non perdono perché non mi incazzo: vi cancello proprio- non tollererei che  si prostrasse.

Dignità, orgoglio, rispetto verso se stessi.


Specularmente tutto viene offerto al prossimo, che non è mai uno a caso.

Tipo l'amore, hai presente? Non puoi amare nessuno più di quanto ami te stesso.







domenica 24 agosto 2008

Senza titolo 258





E così è fatta.

Giorni di frenesia e sudore, capelli bagnati e magliette macchiate di vernice; giorni passati a scrostarmi il viola di dosso fino ad arrossarmi la pelle, a togliermi la stanchezza che mi colava addosso e non mi faceva dormire nonostante tutto.

E' fatta. E' viola.

Ora piccole cose odiose: sistemare i cavi dello stereo che paiono essersi moltiplicati -io odio i cavi, i fili, i chiodi, i tasselli, io odio molto in questi giorni- togliere la pittura colata ovunque e conservare qualunque cosa. Sistemare qualche centinaia di libri giacenti sul parquet in camera da letto.

Ieri, dopo una settimana di tour de force, mi sono concessa una cena jap.

Solo sushi, nient'altro; nel frattempo perdevo gli occhi sulle coppie di giovani uomini e donne del secolo scorso che -appesantiti e imbiancati dal tempo, ma con l'anima fresca- ballavano mazurke e alligalli in piazza, fuori dal locale. Sorridevano, loro.
I movimenti non più elastici, girovita in eccesso, occhi spenti dalla miopia eppure si davano alle note di una bionda platinata vestita da messicana che dal palchetto tirava le fila di una serata diversa, per loro.

Ogni tanto mi scappava un sorriso.

La persona con la quale ho condiviso gran parte della mia vita passata che raccoglieva i noodles con le bacchette; io gli dico che la civiltà ha fatto sì che si inventassero le forchette; una birra Sapporo a placare lo sfrigolio del wasabi nelle narici; odore di pesce nelle mani -ma come è possibile?-

E poi il gelato.
E poi a casa il caffe.
E poi grazie d'avere insistito per tirarmi fuori da casa.

E poi è passato un anno da quando è andato via e quando lo guardo lo sento mio fratello. Sui generis, ma niente altro che un fratello. E gli voglio bene per come è, per come si perde guardando questa casa che era anche sua, rinnovata e fresca di me.

Senza nessuna voglia di tornare indietro ma anche senza la paura di guardare il passato con sguardo tenero e delicato, scevro di rancore, pulito.
Ci prendiamo un po' in giro mentre il dvd passa The Cult in concerto. Dimmi tu come potevi amare loro e i Kiss. Sput. E lui accenna un sorriso, glielo avrò chiesto un migliaio di volte in dieci anni passati insieme. Liberiamo dalle fameliche attenzioni dei gattini una coccinella entrata in casa. Oggi le comiche.

Passa così la mia prima giornata di libertà da me stessa in versione kapo.



E la notte scorre fuori e in un sonno di poche ore.

E mi risveglio pensando che oggi è il 24.

E ho un pensiero attaccato addosso, le tue prime parole per me: puoi fare di me ciò che vuoi.


Ma questa è un'altra storia.







giovedì 21 agosto 2008

Senza titolo 257







Poi qualcuno mi dovrà spiegare per quale motivo per ottenere dei risultati si debba sempre faticare.

Sono morta distrutta a pezzetti.

E' che evidentemente penso di avere molte più forze di quanto in realtà abbia. E però...

A parte i lavori di bassa manovalanza sono stata anche il capomastro di me stessa -e del giovine attendente, che attendeva che io dessi istruzioni- e il geometra e l'architetto.

Oggi invece assolderò un'agenzia di pulizie -ovvero mi trasformerò in Cenerentola- e inginocchiata come nella più classica iconografia lustrerò battiscopa e pavimenti.



Ma adesso è tutto viola.

E questa, per oggi, è la mia soddisfazione.


domenica 17 agosto 2008

Senza titolo 256





Quasi non ho voglia di fare niente. Quasi.

Inizio a perdere la cognizione del tempo, leggo dormo butto la spazzatura -ma quanta rumenta riesce a fare una persona con due gatti, eh!-

Mi ha chiamata un amichetto (significa amico piccolo, piccolo d'età, proprio piccolo; farò la zia)  e gli ho chiesto che giorno fosse. Sì va be', sto bene e proprio per questo non so che giorno sia domani. So però che arriverà lui e non so chi glielo faccia fare.

Agosto, e si dà il viola in casa. Tant'è che ho girato per negozi a cercare 'cose': spatole, stucco, i cosini lì...i regolini. Bah. Tre giorni di cose che non so fare dovrebbero bastare.




Che poi in questi giorni pensare a casa mia mi fa pensare a casa d'altri. Ho pensieri. Anche belli, ve'.

Chimica e affinità elettive.

Vuoi mettere? Avere cose in comune. Cose non palpabili (e qui mi verrebbe da dire 'mio malgrado', ma tengo un certo aplomb).  Non ci piace la pasta piatta. Non ci piacciono i cinesi. Abbiamo musica, letture, risate, tristezze, scazzi, zombie, scheletri, fotografie, gusti e sapori. In comune.

E veleno.

E magia.

E voglia.


E.

 








giovedì 14 agosto 2008

Senza titolo 255





Parlando di famiglia inevitabilmente il mio pensiero va -anche- agli animali che mi hanno sempre accompagnata.

Questa in foto è Tina, la canina di mio fratello. Un bellissimo esemplare di cane corso, figlia della canona di mia mamma che si chiama Trilly, nonostante pesi cinquanta chili. Tina ora è più grande di sua madre.

Abbiamo sempre avuto cani, a casa.

Il primo che ricordo è Vagabondo: un animale senza razza, biondo e un po' storto, trovato da mio nonno in campagna, abbandonato. Venne con noi a casa e da quel momento fu chiaro che sarebbe stato il compagno dei miei risvegli prima dell'alba.

Io dormivo pochissimo anche da bambina. Andavamo in terrazza camminando al buio; posavo la manina sulla sua schiena e lui già sapeva dove andare. Mi sedevo sul pavimento e lasciavo ciondolare le gambe fuori dalla balaustra, aspettando il sole e il risveglio di mia mamma. Nel frattempo Vagabondo si prendeva coccole e baci.

E poi Spitz, boxer arrivato a casa per natale con un fiocco rosso al collo; Chara, splendida schnautzer gigante; Schatz, altro schnautzer. Daphne, una zecchetta ultima figlia di mia madre.

E altri animali, tanti altri insieme: cavie peruviane, coniglietti, un porcospino, gatti, uccelli di varia specie, topolini ballerini, un camaleonte, un'oca trovata dentro una zucca.

Per non dimenticare le canine di mia sorella, due chihuahua di nome Alice e Priscilla.

E i miei gatti. Due tesori splendidi. E Shit, il mio gatto nero del cuore.

Tutti, sia quelli che hanno vissuto anni con noi che quelli che per sfortuna sono durati poco, sono stati fortemente amati. Belli o meno, di razza o trovatelli, tutti sono stati desiderati e amati.

E poi leggo questo:

(ASCA) - Roma, 12 ago - In Italia ogni anno vengono abbandonati circa 135mila animali: 45mila cani e 90mila gatti. Un dato preoccupante che diventa allarmante quando il randagismo significa torture, sevizie e morte. E' quello che e' successo a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento. Un cane randagio e' stato catturato da alcuni giovani bulli, legato, malmenato, seviziato, sodomizzato. Gli sono state rotte le costole, infilate le ossa nel petto fino a lesionare gli organi interni e dopo e' stato sotterrato vivo. A denunciarlo la Lida, Lega italiana per i diritti dell'animale. Il cagnolino, in fin di vita, e' stato soccorso da Assunta Dani Rametta, presidentessa dell'associazione Animalista Empedoclina Protezione Cani Randagi Onlus, e' stato portato dal veterinario, ma per lui non c'e' stato niente da fare.


Io vi odio.

Vorrei moriste nella stessa maniera.

Vi odio.





lunedì 11 agosto 2008

Senza titolo 254





{slide into myself}


Eppure sì, passano i giorni.

Percezione del tempo alterata, momenti che scorrono rapidi e altri che invece durano una vita, a prescindere dal fatto che siano belli o meno.

Va così.

E' che troppo spesso mi ritrovo a pensare di non averne -tempo- e ad affogarmi di fretta e movimenti nervosi.

Per contro, ritrovandomi a fare il conto alla rovescia fino all'arrivo delle ferie, i giorni non passano più. Sì è normale, mi dico. Sono stanca, mi dico. E appena lo dico mi stanco di dirlo.

E mancano due giorni.

Nel frattempo trascorro ore piacevoli, con la casa invasa da valigie e asciugamani e letti disfatti e passi e voci e persone e affetto.


Strani, i rapporti di amicizia.
Mi stupisco sempre di come possano nascere così, all'improvviso, solo grazie ad una parola detta al momento giusto.
Strana l'empatia che si crea fra persone differenti per nascita, crescita, interessi.

Quel che mi viene sempre difficile, anche in questi casi, è accettare le cure altrui. Mostrare necessità. Lasciarmi -almeno in minima parte- accudire.

Insomma ci vuole pazienza, infinita pazienza con me.
Perché son capace di fare salti mortali pur di dimostrare quanto tutto vada bene, quanto io sia sufficiente a me stessa, quanto mi basti la mia dedizione.
Quanto sappia stare da sola, e starci bene.
Sono capace di allontanarti se mi sento fragile, ti tratto male se ho il groppo in gola, ti rispondo piccata se mi chiedi come sto.

La condizione per potermi stare affianco è accettare questo.
Prenderlo tutto insieme. Una sportina di silenzio, tacita comprensione, accettazione muta ma mai passiva alternata a parole a valanghe.
Condito da frammenti di bello e gentile, dalla mia disponibilità e amore.


E' che io non sono per tutti.


giovedì 7 agosto 2008

Senza titolo 253




{in fior di metafora}




Ci sono dei giorni in cui riesco a far come se niente mi possa sfiorare.

Metto in borsa la stanchezza -quella del mattino, la più pesante- e mi lascio attraversare  dal tempo e dagli impegni e dalla frenesia degli ultimi giorni.

In realtà so di essere stanca, molto stanca, ma combatto fino ad avere la partita vinta.

Poi rientro a casa e allora il ritmo cambia.

Assumo la cognizione di un giorno passato che significa un giorno di attesa in meno, mi sorrido allo specchio mentre già assaporo l'acqua fredda. Rifletto.



Penso a quanti treni siano passati.



Io sulla banchina a vederli fermarsi, giungere con un fischio sommesso o assordante, lo stridio dei freni, sento strusciare metallo su metallo.

Il capotreno mi dice 'sali'. Spesso non domanda, afferma. Spesso insiste, cerca di convincermi, viene verso me e mi incita ad andare su. Altro giro, altra corsa.

E io a volte lo guardo silenziosa, senza espressione se non quella -indecifrabile- di chi non sa che fare e non perché non voglia fare. Ma.


E comunque passano, perché i treni non aspettano. Sono esigenti, pretendono puntualità che non riescono a dare.



Mi chiedo quale sarà il mio prossimo treno.



Quale viaggio fantastico riuscirà a farmi fare. Dentro e fuori di me, lungo o breve non importa così come non conta la destinazione.

Un viaggio di parole lustre, nuove nuove. Di sorrisi e di voglia di fare. Di tentennamenti superati di getto. Di sensazioni così lucide da far girare la testa.



Ecco.



lunedì 4 agosto 2008

Senza titolo 252






≈on tiptoe and in a whisper≈




E' un giorno che sa di buono, questo.


Sull'amarezza di fondo si posano cose belle.


Piccole delizie fatte di pensieri delicati, di ricerca del mio benessere, dell'ottenimento di una condizione morbida fatta di appagamento di bisogni.


Come se -ad un tratto- si fosse aperta una porticina da qualche parte et voilà! entrino pure  le novità!


Un giorno di ferie così, non programmato.


Mentre fuori piove sole neanche fosse grandine, diluvia raggi bollenti che bagnano di sudore, io rimango qui nella penombra di questa stanza, accompagnata dal rumore dei tasti e dal ronzio in sottofondo del condizionatore.


L'aria rarefatta rimane fuori, lontano dalla densità di pensieri ovattati che sono miei, leggeri a raggiungere persone lontane, visi noti  e sconosciuti, voci familiari e mai sentite.


Grazie. Perché questi giorni fanno la differenza.



venerdì 1 agosto 2008

Senza titolo 251




••Optical Illusion••


e poi penso al silenzio delle strade di città, in questi giorni così caldi da sciogliere l'asfalto

e i tacchi che affondano nel catrame gommoso, ogni passo è un gioco da equilibrista metropolitano

e lo sguardo corre verso la fine del corso, illuminato e abbacinante, dal quale si alzano onde che fanno vaneggiare le immagini

e macchine cariche di pacchi e gente, di vacanze sudate e silenzi attoniti che si sperdono dietro una speranza azzurra

e io procedo in bilico a un tacco sette d'argento, socchiudendo gli occhi dietro lenti scure che non riescono a placare il fastidio

e no, non è ancora finita ma ad ogni passo faccio quasi un metro, un metro in meno per raggiungere casa

e sì, voglio chiudere la porta e abbandonare le scarpe appena oltre l'uscio

e lasciare scivolare  la gonna sul pavimento

e sfilare la maglia all'ingresso del bagno

e buttare borsa e occhiali nel lavandino

e lasciarmi scorrere addosso acqua a risciacquare stanchezza, polvere, numeri, parole

e essere mia, e per me