Ma è andata anche questa, scivolandomi addosso e lasciandomi indenne. Più o meno.
Gioco la carta della lentezza.
Oggi alla mezza, uscendo dall'ufficio, sono scesa al Po.
Mi piace così com'è: agitato, pieno, impetuoso, pericoloso.
Il silenzio invaso dal rumore dell'acqua, l'acqua a filo d'argine, l'argine pieno di papere che aspettano la quiete, la quiete altrove.
Alzando gli occhi al cielo uno strazio d'azzurro braccato da nuvole grigie che s'avvicinano dalla collina e dalla montagna; tre minuti e ricomincia a piovere. E io lì.
Cammino con una pacatezza che non conosco su strade fatte milioni di volte. Scanso pozzanghere ma senza farci troppo caso, mi lascio piovere un po' addosso fino al ristorante jap.
Mi siedo. Guardo gli altri, che mi guardano.
Sushi, sashimi, no soia grazie. Wasabi a volontà: me lo sento nel naso, mi fa lacrimare gli occhi mentre il pesce crudo mi si scioglie in bocca. Lentamente.
Nel tavolo di fronte c'è una coppia: lui è comune, un tipo basso e con pochi capelli, vestito da venerdì americano.
Lei porta gli occhiali scuri e ha il viso arrossato, sfoglia delle carte mentre lui si sposta al suo fianco e l'abbraccia.
Questo è l'esame obiettivo.
Poi viene il resto: la cura che lui dimostra, la tenerezza di ogni suo gesto mentre sfoglia con lei le stesse pagine, guardandola e parlando sottovoce.
Lei col viso basso, sempre più rosso. Piange con dignità inconsueta.
Ho immaginato un mondo dentro cui questi due volteggiavano, con quell'angoscia vissuta da lei e di rimando da lui, lei remissiva e affranta e lui presente, costante, affettuoso. Un uomo.
Andando verso casa sono passata a comprare una nuova valigia, viola.
Strada facendo ci ho messo dentro i pensieri cupi, l'ho svuotata prima di oltrepassare la soglia di casa.
E ora sono qui.